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Viterbo - Usura - Processo "Senza tregua" - Il bancario Pasquini in un'intercettazione - In aula, parola a uno dei poliziotti che hanno seguito l'indagine

“Tanto fa quello che dico io, lo tengo per le palle”

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Daniele Califano

Daniele Califano

Il funzionario di banca Antonio Pasquini

Il funzionario di banca Antonio Pasquini

L'avvocato Roberto Massatani

L’avvocato Roberto Massatani, per Califano

L'avvocato Massimo Boni

L’avvocato Massimo Boni, per Pasquini, difeso anche dall’avvocato Dell’Anno

Fabio Zampaglione e Marco Buttinelli con i loro uomini

Fabio Zampaglione e Marco Buttinelli con i loro uomini, alla conferenza di presentazione dell’operazione “Senza tregua”

Viterbo – Entra nel vivo il processo per usura aggravata ed estorsione a carico del bancario Antonio Pasquini, dell’immobiliarista Daniele Califano e della moglie Giovanna Buzi.

Ieri mattina, in aula, ha parlato il primo di una lunga serie di testimoni. E’ Luigi Romano, sovrintendente della polizia di Stato. Uno degli investigatori che hanno seguito più da vicino l’inchiesta “Senza tregua”, di cui ha ripercorso tutte le fasi.

Dalla denuncia sporta nel giugno 2012 da un’imprenditrice, alle manette, scattate per due volte ai polsi di Califano e in seguito anche di Pasquini. Indagini “senza tregua”, come il nome dato ai blitz degli arresti tra la primavera e l’estate 2013. Ma a non avere tregua, secondo il poliziotto, erano soprattutto le presunte vittime di usura, costrette a continue rinegoziazioni degli importi da saldare, con la minaccia di mandare all’incasso assegni e cambiali.

Sarebbe successo con la prima imprenditrice che denuncia: un prestito di 6mila euro diventa un debito prima di 7500, dopo un primo incontro a tre in un bar dell’Ellera, poi di 9mila euro. Ma che la donna abbia restituito i soldi, non c’è prova.

Oltre a lei, altri quattro imprenditori sono parte civile al processo.

A un altro, Califano e Pasquini chiedono prima 40mila euro, per un prestito di 35mila, con una cambiale di cui è beneficiaria la moglie di Califano. Poi gli fanno firmare un preliminare di vendita di una casa a Procida da 50mila euro, chiedendogliene altri 10mila in più con un nuovo contratto. Altri 7mila a parte l’imprenditore avrebbe dovuto sborsarli per ottenere un rinvio sulla scadenza del debito. “Tanto fa quello che dico io, lo tengo per le palle”, avrebbe detto Pasquini, intercettato con Califano. Per il poliziotto si riferisce proprio al compromesso di vendita della villa, stimata per un valore di 400mila euro. La difesa dell’immobiliarista – avvocato Roberto Massatani – sostiene che la casa fosse ipotecata e quel preliminare, con la firma falsa delle sorelle dell’imprenditore, dovesse servire solo come garanzia per la restituzione dei soldi versati da Califano. 

Per il pm Fabrizio Tucci Pasquini adescava imprenditori in difficoltà dal suo terminale in banca. Ma almeno una delle vittime si sarebbe sfogata e confidata con il funzionario del Banco di Brescia al telefono. Fin quasi a rimproverargli il fatto di averla messa nelle mani sbagliate: “Si è lamentata del fatto che non sapeva che la persona cui si era rivolta fosse uno strozzino”, ha affermato il poliziotto.

Le difesa ha tutto il tempo di dimostrare il contrario. Il processo non corre il rischio prescrizione: Pasquini, Califano e la moglie sono andati a giudizio senza passare per l’udienza preliminare.

Davanti al collegio dei giudici, sempre ieri, sarebbero dovute sfilare le due imprenditrici parti civili più una terza donna, anche lei nella lista dei debitori di Califano. Ma la sola testimonianza del poliziotto ha richiesto circa due ore per dare una panoramica completa dei fatti, tra cifre, assegni, effetti cambiari sequestrati e intercettazioni.

Era solo la prima udienza di un processo che si preannuncia lungo, combattuto e difficile. 


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14 maggio, 2014

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