Viterbo – Da un prestito di 6mila euro a un debito di 9mila. Tremila euro di interessi in tre mesi. Bastano cifre a pochi zeri per strozzare una nota imprenditrice viterbese nella morsa dell’usura.
Alla sbarra c’è Daniele Califano, 53enne, immobiliarista, con alle spalle una condanna patteggiata per le ‘case dell’amore’ affittate a prostitute. Sul banco degli imputati anche la moglie di Califano e il funzionario di banca Antonio Pasquini. Usura ed estorsione, le accuse contestate a vario titolo dal pm Fabrizio Tucci.
Ma ieri, alla seconda udienza del processo “Senza tregua”, si è parlato soprattutto dei prestiti ‘a strozzo’ alla titolare di un’azienda agricola. La prima a mettere in moto le indagini con la sua denuncia, nell’estate 2012.
Il suo lungo racconto è fatto di parole lente. Esitate. Soppesate. Pronunciate a un centimetro dagli imputati per il suo calvario iniziato nel 2011, con un suo prestito di 20mila euro a Pasquini. “Lo consideravo un amico – spiega l’imprenditrice -. Speravo mi avrebbe ricambiato il favore, in caso di bisogno”.
Il bisogno arriva puntuale un anno dopo. All’imprenditrice servono 6mila euro. Subito.
Pensa a Pasquini che, però, non ha liquidità e la manda da Califano. “Me lo presentò come una persona fidata. ‘Vai tranquilla, è come se fossi io’, diceva”. Ma le intenzioni di Califano sono chiare fin dal primo appuntamento a casa sua. “Mi mostrava assegni e cambiali: ‘Questi sono i soldi che devo recuperare’ diceva, aggiungendo che tante volte lo costringevano a prendersi immobili o altri beni al posto dei soldi. Mi ha dato dodici pezzi da 500 euro. In cambio rivoleva 7500 euro in venti giorni. ‘Vedi di portarmeli puntuale, diceva, ho dei rumeni che lavorano per me e che pago 20 euro al giorno. Ma se gliene do 100 fanno qualunque cosa’”.
L’imprenditrice fiuta la minaccia. All’indomani degli arresti, la squadra mobile parla di “un’agenzia di stampo delinquenziale” al soldo di Califano “composta da stranieri pagati per il recupero crediti”. Anche per paura di ritorsioni scattano gli arresti. Ma per l’avvocato di Califano, Roberto Massatani, “di quell’agenzia non c’è traccia nelle intercettazioni, né prova nelle indagini. Califano parlava dei suoi operai, che fanno lavori edili di ogni tipo”.
La signora non salda. Il debito sale a 9mila euro in due tranche da 4500. Lei, intanto, ha sporto denuncia e al nuovo incontro con gli imputati va ‘armata’ di microspie. Califano è pronto anche a ‘pignorarle’ un quadro o un trattore. La raffica di messaggi garbatamente intimidatori prosegue ininterrotta a marzo 2013. Il mese degli arresti. “Ti volevo dire che quella persona (Califano, ndr) si sta spazientendo – le scrive Pasquini -. Quella persona lavora coi documenti…”. Significa che sta per portare gli assegni all’incasso. “Sarebbe imbarazzante se il conto fosse chiuso…”, continua Pasquini sempre via sms. E Califano: “E’ evidente che non vuoi onorare gli impegni. Io domani banco gli assegni”.
Giorni prima dell’arresto, Pasquini sospetta. Le chiede se ha sporto denuncia: Califano è stato convocato in procura. “Mi propose il doppio dei soldi che dovevo a Califano. Disse che i titoli da 4500 euro mi sarebbero stati restituiti o stracciati”. Pasquini si trattiene a fatica: vuole dire che non è vero, ma i giudici minacciano di cacciarlo dall’aula. E’ già intervenuto una volta, per interrompere il consulente del pm su una cambiale: “Certe considerazioni sono offensive nei confronti di chi lavora da trentun anni in banca come me”. Nel racconto dell’imprenditrice, tante cose non convincono il suo avvocato Massimo Boni: “Non si è mai capito se questo prestito era di 6mila euro o 6500. Pasquini viene a sapere solo dopo due mesi che Califano le ha richiesto i soldi con gli interessi. Non immaginava”.
Anche i giudici chiedono all’imprenditrice perché ci mette tanto a rimproverare l’amico Pasquini di averla mandata da un usuraio. Perché non si è tirata indietro prima? “Pasquini mi doveva un favore. Quando ho capito che con Califano facevano usura, ho deciso che andavano puniti”. Non è stato facile. “Ho ricominciato a prendere psicofarmaci. Abito in campagna, in una strada senza uscita. Ho anche visto delle macchine sospette, qualche sera, ma non ho fatto in tempo a prendere la targa. La paura c’era… ma l’ho fatto per giustizia”.
Stefania Moretti
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