Viterbo – (sil.co.) – Prestiti a strozzo, in aula tra mille contraddizioni l’interrogatorio fiume del supertestimone.
E’ il processo per usura e estorsione scaturito dall’operazione “Senza tregua” del 2013, in corso davanti al collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei. Sul banco degli imputati l’immobiliarista Daniele Califano, la moglie Giovanna Buzi e il funzionario di banca Antonio Pasquini.
Tra le cinque parti civili, la vittima delle vittime, un imprenditore viterbese che sarebbe stato costretto a scappare con la moglie e la figlioletta di due anni in Romania per sottrarsi ai creditori, tra i quali i tre imputati, che, dopo averlo usurato, sarebbero riusciti, partendo da un prestito di 35mila euro, a sottrargli una villa di famiglia a Procida, venduta per 250mila euro a fronte di un valore di mercato di 400mila euro, nonché una casa nelle campagne di Vetralla.
Un dramma, raccontato con dovizia di particolari alla polizia nel marzo 2013, quando l’imprenditore dovette rientrare in fretta e in furia in Italia dalla Romania, per essere sentito in questura su carte che lo riguardavano sequestrate a casa di Califano durante una perquisizione. I poliziotti andarono a prenderlo direttamente all’aeroporto. Al processo non si era invece mai presentato fino a ieri, nonostante le innumerevoli citazioni.
Tentennante e all’insegna dei vuoti di memoria il racconto del testimone, tanto che il pm Stefano D’Arma lo ha più volte sollecitato a dire se avesse avuto minacce di recente. E lo stesso ha fatto il giudice Mattei, quando l’imprenditore ha risposto: “Ho fatto anni di terapia per dimenticare e assumo tuttora psicofarmaci”.
Il che non gli ha impedito di ricordare, tutto d’un tratto, presunte minacce fatte dagli imputati alla sua bambina di due anni. “Vedo che ricorda, per cui, se non ha un motivo concreto per avere timore, lei cortesemente risponde in modo preciso e puntuale al pm”, lo ha ammonito il magistrato. “Quando ho detto che sarei partito per la Romania, mi hanno detto ‘perché non lasci la bimba qui?’ Io ho continuato a pagarli anche da lì”, ha aggiunto.
L’udienza è proseguita tra alti e bassi, caratterizzata da diversi momenti di tensione, come quando l’imprenditore ha chiesto di andare in bagno, nel bel mezzo dell’interrogatorio, accompagnato da un uomo presente in aula, facendosi inseguire da un’ufficiale giudiziario e dall’avvocato Francesco Massatani, difensore di Califano, che ha fatto mettere a verbale l’episodio: “Non si è mai visto un uomo adulto farsi accompagnare in bagno da un altro uomo adulto”.
A un certo punto l’imprenditore se l’è presa con la polizia municipale. “Avevo avuto accesso al fondo antiusura con cui ho aperto un nuovo locale di 500 metri quadri a Viterbo, mentre ero in Romania, facendo lavorare quattro persone. Ma me lo hanno fatto chiudere, passando tutti i giorni a fare controlli su controlli, per una porta. Lo hanno fatto apposta, perché alla municipale lavora la moglie di Pasquini“, ha detto e ripetuto più volte. “Lei dica quello che vuole, ne risponderà”, lo ha avvisato il difensore del bancario, avvocato Massimo Boni.
Si è parlato per ore di fiumi di denaro. A partire da quei famosi 35mila euro, che sarebbero diventati 40mila in due mesi e poi sempre più, fino al compromesso per la villa di Procida da 50mila euro, poi 60mila, infine (s)venduta per 250mila euro a un dottore, dopo che stava per essere venduta a certi amici camorristi degli imputati.
“Peccato che sua sorella ci abbia detto che il prestito iniziale era di 40mila euro e non di 35mila euro – ha sottolineato Boni aprendo un durissimo controesame – e che lei abbia prima affermato di avere firmato in cambio una cambiale da 40mila euro a ottobre 2010 con scadenza a due mesi, salvo cambiare versione e dire di avere firmato 27 o 28 cambiali in bianco a dicembre 2010”.
Senza tregua
L’indagine parte a inizio 2013, dalla denuncia di un’imprenditrice viterbese, ritrovatasi a pagare interessi di oltre il 200 per cento su base annua per un prestito di poche migliaia di euro.
Partono le intercettazioni: per gli inquirenti Pasquini, tramite il suo impiego in banca, avrebbe adescato imprenditori in difficoltà per poi “affidarli” a Califano. Nel primo blitz della mobile, a marzo 2013, le manette scattano solo per l’immobiliarista, mentre il bancario è indagato a piede libero. Tempo tre mesi e mezzo e anche lui finisce a Mammagialla. Gli arresti domiciliari vengono revocati solo a fine 2013.
Vittima e supertestimone
Secondo le indagini della squadra mobile di Fabio Zampaglione, da un prestito iniziale di 35mila euro si arriva, in meno di un anno, a un debito di 70mila. Gli agenti sequestrano montagne di cambiali in bianco. Nel rinegoziare la cifra, gli interessi salgono. E all’usura aggravata si aggiunge l’accusa di estorsione: un ritardo nella consegna dei soldi costa al commerciante un aggravio di 7mila euro su una somma già impossibile da restituire.
Nel luglio 2013, a poche settimane dal blitz della mobile, scrisse una lettera a Tusciaweb per ringraziare gli investigatori: “Avevo un’attività che mi permetteva di vivere dignitosamente, una casetta che, con l’aiuto di un mutuo, mi garantiva un tetto sulla testa e la famiglia vicino, vulnerabile dopo un lutto subito. Mi sono affidato a un ‘amico’ e presto tutto quello che avevo è svanito”.
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