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Viterbo – La costituzionalista Giovanna Montella interviene sulla scritta fascista ricreata sulla facciata della scuola intitolata al partigiano Mariano Buratti

Lo spazio pubblico della Repubblica e il dovere della memoria: il caso del liceo Buratti

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Il liceo Mariano Buratti con la scritta Gioventù italiana del Littorio

Il liceo Mariano Buratti con la scritta Gioventù italiana del Littorio

Viterbo – Affido a queste righe una riflessione che, da costituzionalista, ma prima ancora da cittadina della Repubblica, ritengo non più differibile.

Il caso del liceo Mariano Buratti ci impone di riflettere su un tema che non è meramente estetico o di tutela monumentale, ma radicato nella “nostra” Costituzione: nel significato e nella legittimità dei simboli che abitano lo spazio pubblico e i luoghi della formazione delle future generazioni.

La ricomparsa e la valorizzazione “artatamente” eseguita di simboli fascisti tra le mura di una scuola intitolata a un martire partigiano non è solo un paradosso storico; è uno sfregio all’ordinamento repubblicano.

Per comprendere la gravità di questa operazione, dobbiamo tornare all’esegesi del testo originario.

I Padri e le Madri costituenti compirono una scelta linguistica e concettuale di straordinaria densità politica: non scelsero la parola “Stato”, né semplicemente “Italia”, per inaugurare l’architettura dei principi fondamentali. La prima parola che definisce la nostra identità giuridico-politica è Repubblica.

L’articolo 1 della Costituzione recita: “L’Italia è una Repubblica democratica”. Quella parola, messa in apertura, non è un’etichetta formale. La Repubblica è l’antitesi storica, morale e giuridica del regime fascista. È il frutto del patto di liberazione nazionale di cui Mariano Buratti è stato testimone e martire. La forma repubblicana è l’ossatura stessa del nostro ordinamento, l’unico elemento che la stessa Costituzione, all’articolo 139, dichiara esplicitamente e assolutamente sottratto persino al potere di revisione costituzionale. La Repubblica è intangibile perché nata dalle lotte partigiane e in netta rottura con il totalitarismo.

Quando un’istituzione scolastica della Repubblica reintegra visivamente i simboli del fascismo, compie un atto in aperta contraddizione con la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione, la quale vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. La giurisprudenza costituzionale e di legittimità ci ricorda che tale divieto non colpisce solo le strutture associative, ma tutela l’ordine democratico da ogni rigurgito simbolico e apologetico che miri a legittimare quel passato. Esibire, restaurare o dare nuova centralità a frasi o simboli sulla facciata di un liceo significa normalizzare ciò che la Costituzione ha voluto espellere per sempre dal perimetro della legittimità civile.

In questo quadro, l’immobilità delle autorità preposte alla tutela — e in particolare della soprintendenza — configura un’omissione non solo amministrativa, ma dei doveri costituzionali di fedeltà alla Repubblica (articolo 54 della Costituzione). Il dovere di tutela del patrimonio storico e artistico della Nazione, sancito dall’articolo 9, non può essere interpretato come un cieco feticismo delle pietre, avulso dal sistema di valori della Costituzione. L’articolo 9 fa parte dei principi fondamentali e va letto in combinato disposto con l’antifascismo intrinseco della Repubblica.

La tutela dei beni culturali deve essere orientata alla promozione della cultura e dello sviluppo della persona, non alla riesumazione di un’iconografia liberticida.

Inoltre, la discrezionalità amministrativa e tecnica della soprintendenza non può spingersi fino a tollerare lo sfregio visivo della memoria di un martire della Resistenza.

Permettere che i simboli del regime oppressore convivano con il nome di chi per la libertà ha sacrificato la vita significa generare un corto circuito pedagogico e giuridico intollerabile.

Significa tradire la natura stessa della Repubblica come “comunità di valori”.

Mi sento altresì di ribadire che l’antifascismo non è un’opzione ideologica tra le altre, ma una matrice costituzionale della Repubblica: esso informa la forma democratica dello Stato, orienta la lettura dei principi fondamentali e delimita il perimetro della legittimità pubblica. Nella Costituzione nata dalla Resistenza, l’antifascismo non vive soltanto nella XII disposizione transitoria e finale, ma attraversa l’intero impianto repubblicano, dalla centralità della persona alla tutela delle libertà, dal pluralismo democratico al ripudio di ogni forma di sopraffazione autoritaria. Per questo le norme ordinarie di tutela edilizia e architettonica non possono essere applicate come se fossero indifferenti al significato politico e storico dei simboli che riportano nello spazio pubblico. Ricordo altresì che la difesa della Costituzione si compie ogni giorno, anche vigilando sulla coerenza dei segni che riempiono i nostri spazi pubblici.

Poiché, se la pietra dimentica, la Costituzione ha il dovere di ricordare.

Giovanna Montella
Costituzionalista e presidente della sezione Anpi di Bassano Romano intitolata a Mariano Buratti


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