Viterbo – Pubblichiamo l’intervento di Paolo Henrici De Angelis che doveva essere presente al convegno di lunedì 14 settembre “Quali politiche della memoria nella nostra repubblica?” ma che non è potuto essere presente – L’architetto Santini, responsabile del procedimento per la provincia, ci ha cortesemente informato del fatto che le lavorazioni attinenti alla scritta “Casa del Balilla” sono tuttora in corso d’opera, perché la sovrintendenza ha richiesto nuovi documenti e dati tecnici, e che sarà poi redatta una “relazione specialistica”.
Ogni elemento di conoscenza è sempre benvenuto, ma sembra che la Sovrintendenza tenda ancora a presentare la scelta sulla scritta al Buratti come scelta “tecnica”, legata alle regole del restauro.
Paolo Henrici De Angelis
Che ne abbia coscienza o no, la questione è profondamente politica, e per quanto piccola in sé coinvolge questioni profondamente legate ai problemi dell’oggi, proprio perché simbolica e di principio.
Non si tratta di archeologia, di questioni superate di cui ci ostiniamo ad occuparci noi dell’Anpi e altri maniaci, ancora dediti alla lotta contro il fascismo “storico”, che sarebbe lontano e irripetibile, mentre “ben altri” sarebbero i problemi dell’oggi.
In realtà l’Anpi è profondamente coinvolta nel presente e impegnata per il futuro, angosciosamente consapevole delle nuove forme in cui l’autoritarismo, il nazionalismo, l’imperialismo, il militarismo e la guerra si presentano con violenza inedita sulla scena mondiale, e della gravissima crisi delle democrazie e delle istanze di libertà e uguaglianza su cui si fondano.
Pretendono di incarnare il futuro, ma sono proprio i nuovi “grandi” della tecnologia e dell’economia e i nuovi autocrati o aspiranti tali in Europa e in tutto l’occidente a sottolineare il loro legame con il fascismo e il nazismo storici, ne adottano le idee e i simboli e ne sostengono i rappresentanti di oggi. Da anni combattono e indeboliscono l’Unione Europea e le nostre democrazie e ne ostacolano il funzionamento per poi utilizzare politicamente lo scontento e la crisi.
Lo scopo è di combattere frontalmente il pensiero democratico rinato dopo il disastro delle guerre mondiali e faticosamente incarnato nelle costituzioni democratiche, come la nostra, e nelle istituzioni e norme internazionali che, con enormi compromessi e contraddizioni, sono comunque basati sull’idea dei diritti dei popoli e sull’uguaglianza e la pari dignità tra le persone, “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.
Sono proprio queste idee e queste regole, i diritti politici e civili e lo stato sociale che i nuovi “grandi” considerano un ostacolo per le loro ambizioni, e vogliono distruggere. Ci riusciranno, forse, ma c’è ancora spazio per lottare.
Perciò democrazia e libertà, diritti dell’uomo e del cittadino, pace e diritti dei popoli e delle nazioni sono idee di oggi e insieme sono le stesse che hanno animato le lotte degli antifascisti, e per cui si è sacrificato Mariano Buratti come tanti altri, in un’Italia in cui ancora una volta nella storia le nuove grandi idee sul futuro italiano ed europeo sono state costrette a nascere soprattutto in carcere e al confino, nell’emigrazione e sulle montagne.
Avevano quindi buoni motivi le forze democratiche per cancellare o rimuovere, durante e dopo la caduta del fascismo, i simboli e le scritte che ossessivamente ne celebravano la grandezza “imperitura”. Una ripulitura che è stata fatta senza estremismi o eccessivo accanimento, tanto che della propaganda fascista sono rimasti fin troppi esempi, grandi e piccoli, che nella maggioranza dei casi sono lentamente sbiaditi.
I motivi però erano tanto più forti nel caso delle scuole: un settore nel quale l’ideologia fascista si era particolarmente accanita nel forgiare le strutture, i metodi e i contenuti educativi e dove più stridente era ed è il contrasto con le idee di un’educazione democratica indirizzata a sviluppare la libertà dei giovani.
L’attuale Buratti, benché costruito negli anni venti e trenta, era un edificio scolastico di tipologia tradizionale e stile eclettico, come tanti altri edifici costruiti o riadattati dopo l’unità d’Italia. Fu consegnato e intitolato dopo la costruzione all’”Opera Nazionale Balilla”, e destinato all’educazione fascista dei giovani italiani. Un’educazione senza alternative, perché con l’istituzione dell’Onb, poi Gil, tutte le altre associazioni giovanili furono chiuse con la forza, con la parziale eccezione dell’Azione cattolica, ridotta all’attività catechistica.
Organizzatore dell’Onb fu Renato Ricci, squadrista e omicida, complice del Dùmini assassino di Matteotti, poi grande gerarca e seguace di Mussolini fino alla Repubblica Sociale, comandante della “Guardia Repubblicana” destinata alla repressione della Resistenza, arrestato e poi amnistiato dopo la guerra. Un eroe per i fascisti, incongruamente ricordato con favore, come “pedagogo” che era andato perfino a studiare i sistemi educativi americani in una lettera sorprendente firmata dalla Sovrintendente. Una “pedagogia” fondata sul militarismo e sulla gerarchia.
Niente a che fare con l’istituzione scolastica delineata dalla Costituzione, come mezzo per l’eguaglianza dei cittadini e per l’educazione libera e democratica, nel quadro dell’art 3 che prescrive: “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Sono scopi intrinsecamente opposti. Quindi non è un caso che le scritte fasciste siano state cancellate e che l’edificio, riattato con i fondi del piano Marshall dopo i danni della guerra, sia stato dedicato negli anni sessanta a Mariano Buratti, educatore, allievo e poi docente della scuola, combattente della Resistenza, medaglia d’oro al valor militare, fucilato nel 1944. Uno dei tanti giovani che, cresciuti durante il fascismo e inizialmente nutriti dalla propaganda nazionalista spacciata per patriottica, giunsero dopo esperienze dolorose personali e pubbliche alla critica, al pensiero democratico, alla lotta partigiana.
Ripristinare in qualsiasi forma, con qualunque motivazione, la dedica dell’edificio all’Onb non è un atto di restauro, ma di restaurazione. Un tentativo di scegliere Renato Ricci invece di Mariano Buratti come esempio per gli studenti e i cittadini. Di ricostruire la presenza fascista nello spazio urbano e la cultura fascista nelle scuole.
Scusate se cito il nostro comunicato di luglio: In nome di che ripristinare quella scritta? Del rispetto della “storia”? Ma la storia è proprio quella che qualcuno, in questa vicenda non ha capito.
L’hanno dovuta capire a loro spese tanti italiani, e in particolare un’intera generazione di giovani cresciuta durante il fascismo ed esposta solo a quella propaganda. Si trovarono a confrontarsi con il disastro del fascismo, e a ricostruire con fatica, in mezzo alla guerra ed all’invasione nazista, il rapporto con le generazioni politiche e intellettuali precedenti al fascismo e con il pensiero democratico, con cui era stata loro negata ogni comunicazione.
Liceo classico Mariano Buratti – I lavori di manutenzione straordinaria
Uno di loro era Mariano Buratti, che il suo coraggio e la sua intelligenza l’ha pagata con la vita, e cui oggi si dà un calcio in faccia, con la scusa della “storia” e della “tecnica” del restauro.
In una strana lettera la sovrintendente Margherita Eichberg si presenta come eroica ribelle contro il “pensiero unico”. Il tentativo di imporre un “pensiero unico” in Italia c’è stato, e proprio ad opera del regime per il quale lascia trasparire una forte nostalgia. Per imporlo, quel pensiero unico, uno dei mezzi fu proprio la fanatica, ossessiva imposizione del proprio “marchio” dovunque, a partire dalle opere pubbliche, anche quelle comunissime, pagate da tutti gli italiani (e finanziate anche con la spoliazione degli avversari politici, degli ebrei, dei popoli colonizzati, di chiunque non piacesse al regime).
Di qui il diluvio di simboli, fasci, aquile, motti, scritte in lettere “fasciste” su qualunque cosa, grande o minima, dall’Eur ai tombini delle fogne (qui forse c’era una premonizione?).
Ora, è sorprendente che, nel progettare i lavori di manutenzione della facciata, non si sia presa in considerazione l’idea di riportare la dedica dell’edificio a Mariano Buratti.
È sorprendente che in sede di progetto non si sia affrontato il problema della scritta fascista sulla facciata, in parte ancora visibile.
È sorprendente che, una volta sorta la questione durante i lavori, si sia evidenziata la scritta, e non sia stata interpellata l’amministrazione provinciale, organo politico, parte dello stato fondato sulla Costituzione, come se la scelta fosse “tecnica” e non politica.
È sorprendente che non sia stata interessata e interpellata l’opinione pubblica, come se non fosse d’interesse pubblico lo spazio urbano.
È stato necessario l’intervento della stampa perché la questione fosse posta, e ancora adesso non si è avuto un confronto pubblico, né tra l’amministrazione provinciale e le associazioni e istituzioni coinvolte, né con la sovraintendenza, a quanto pare convinta che si tratti di affar suo.
Invece è affar nostro.
Liceo classico Mariano Buratti – Una vecchia foto con la scritta “Opera Balilla”
Come Anpi, insieme a tutte le associazioni, le istituzioni, le forze politiche democratiche, le associazioni culturali, l’università intendiamo informare l’opinione pubblica, i cittadini, gli insegnanti, gli studenti.
Rifare ex-novo o rendere di nuovo leggibile la scritta fascista sull’edificio sarebbe una forzatura inaccettabile, contraria al carattere antifascista della nostra Costituzione e alle norme sull’apologia del fascismo.
Appellarsi alle regole del “restauro scientifico” non ha in questo caso, alcun significato, e maschera malamente una volontà che non ha niente di tecnico, una volontà non di restauro di un edificio, ma di restaurazione e nostalgia dell’epoca in cui, chiuse con la forza tutte le altre associazioni giovanili libere, l’edificio fu destinato all’educazione “Ideologica, fisica e militare della gioventù” in senso fascista.
Perciò, riprendendo il documento alla base di questa assemblea, chiediamo all’amministrazione provinciale e a tutte le amministrazioni interessate: di non chiudere i lavori con la scritta resa visibile, come è apparsa sulle foto pubblicate dalla stampa, rifatta, o ricostruita che sia, di coprire la scritta fascista, anche senza distruggerla, ma rendendola praticamente non distinguibile, come è stato finora. Di inserire l’intitolazione dell’edificio a Mariano Buratti nella fascia orizzontale sopra le finestre del primo piano o altra soluzione analoga, per esempio ispirata a quella adottata, dopo lungo dibattito, per il per il recupero e la contestualizzazione storico-patrimoniale della “Casa Littoria” di Bolzano.
Ci rivolgiamo all’amministrazione provinciale, proprietaria dell’edificio e committente dei lavori, al consiglio provinciale, ai comuni e alle forze politiche della provincia, perché intervengano in questo senso.
Chiediamo l’appoggio di tutte le associazioni antifasciste, delle associazioni culturali, delle forze politiche e sindacali.
Chiediamo agli studenti e al corpo docente, non solo del Buratti, ma di tutte le scuole della provincia di opporsi con tutte le forme di lotta democratica alla intitolazione all’Opera Nazionale Balilla o alla Gil, di riaffermare il diritto ad una scuola libera e pluralista nell’ambito della nostra democrazia repubblicana.
Chiediamo alla popolazione di Viterbo di intervenire e di essere protagonista di questa legittima e doverosa istanza proveniente dalla società civile.
Noi non ci arrendiamo e non ci arrenderemo al fatto compiuto.
Il presidente della sezione di Viterbo
“Nello Marignoli” dell’Anpi
Paolo Henrici De Angelis
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