Inchiesta Asl - La Procura vuole il processo per tutti - I pm: "Gestione Aloisio autoritaria e accentratrice"
di Stefania Moretti
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 Giuseppe Maria Aloisio |
 Ferdinando Selvaggini |
 Alfredo Moscaroli |
 Roberto Angelucci |
 Fabio Angelucci |
– Una “gestione autoritaria e accentratrice”. Una sorta di clima di terrore instaurato tra i dipendenti, che non potevano né sgarrare, né disobbedire.
Era questa, per i pm, l’atmosfera che regnava sulla Asl di Viterbo durante la gestione Aloisio. Lo hanno detto a chiare lettere ieri mattina, all’udienza preliminare per la mega inchiesta sull’azienda sanitaria.
Nessun indagato presente, ma l’aula blindata della Corte d’Assise traboccava di avvocati.
In due ore abbondanti di requisitoria, i magistrati Fabrizio Tucci e Stefano D’Arma hanno tirato le fila dell’intera indagine. Tre anni di inchiesta per 37 soggetti finiti davanti al gup, tra persone e società. Restano in 29, ora che in otto, tra persone e società, hanno chiesto il patteggiamento. Per tutti la Procura vuole il rinvio a giudizio.
I magistrati hanno parlato entrambi. Ognuno per un filone della maxi indagine sull’appaltopoli sanitaria. Filoni riuniti ieri da gup Luca Ghedini Ferri.
Il pm Fabrizio Tucci ha ripercorso il primo, quello delle tangenti in cambio di appalti informatici: i vari servizi di gestione dei computer e della telefonia della Asl affidati a società come Elecom, Isa e Italbyte (solo per citarne alcune). E’ il filone che coinvolge personaggi come Ferdinando Selvaggini, ex responsabile del centro elaborazione dati della Asl. I pm lo etichettano come l’uomo di fiducia dell’ex dg Aloisio. Il suo braccio destro, che si sarebbe prodigato per favorire questa o quella società. Il tutto, secondo le indagini, sempre in cambio di tangenti, sotto forma di denaro sonante o consulenze a peso d’oro a moglie e figlia.
A sborsarle, sarebbero stati gli imprenditori e i delegati delle varie società aggiudicatarie dei servizi: Alfredo Moscaroli (Isa), Michele Di Mario (Lte Srl), Massimo Ceccarelli (Telbios Spa), Tommaso Rossi (Italbyte) e Ivano Paggi, Massimiliano Colli e Luca Antonini (Elecom). Fino all’ultimo gli inquirenti hanno sospettato che una parte delle mazzette fosse destinata ad Aloisio. Nelle carte dell’inchiesta si parla di “appoggi e finanziamenti al partito di riferimento” dell’ex direttore: il Pd. Ma di tangenti in contanti ad Aloisio non c’è traccia, hanno dovuto ammettere, ieri, i magistrati.
Sull’altro filone ha discusso il pm Stefano D’Arma. Anche qui si parla di servizi della Asl dirottati su aziende amiche. La “tangente”, in questo caso, sarebbe stata il prestigio politico che gli indagati (specie Aloisio) avrebbero potuto trarne. Dell’ex direttore generale e del suo consulente Mauro Paoloni, i magistrati hanno parlato come di due figure temute, nell’ambiente di lavoro. I pm fanno notare come il commento su una fattura “troppo alta” a Paoloni sarebbe costato a un dipendente l’allontanamento dal suo ufficio.
Ma il secondo filone è anche quello della truffa da oltre venti milioni di euro contestata agli imprenditori Roberto e Fabio Angelucci, accusati di aver svuotato le casse di Asl e Regione con rimborsi non dovuti alla loro clinica a Nepi.
Proprio per questo Asl e Regione sono parte civile. Gli avvocati si sono allineati alle richieste dei pm. Alla prossima udienza parlerà l’ultimo ente parte civile, l’associazione contro tutte le mafie Antonino Caponnetto. Poi, le arringhe delle difese.
Stefania Moretti
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