Viterbo - Circa 370 testimoni richiesti da accusa e difese, ma l'inizio del dibattimento coincide con lo sciopero degli avvocati - La prescrizione avanza
di Stefania Moretti
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 La cittadella della salute, sede della Asl |
 Giuseppe Maria Aloisio |
 Ferdinando Selvaggini |
 Alfredo Moscaroli, ex presidente del cda della Isa |
 Roberto Angelucci |
 Fabio Angelucci |
Viterbo – Non ci sarà nessuna udienza: il maxi processo Asl salta ancora prima di iniziare.
L’apertura del dibattimento della più imponente inchiesta mai condotta a Viterbo cade nel bel mezzo della tre giorni di sciopero degli avvocati penalisti.
Il 14 gennaio i 29 imputati tra ex dirigenti della Asl viterbese e imprenditori destinatari dei presunti appalti truccati verranno in aula solo per prendere la data del rinvio. Ma, intanto, fervono comunque i preparativi per quello che, scalzando per numeri persino la vicenda Cev, diventerà il più grande processo viterbese per reati contro la pubblica amministrazione.
Il 7 gennaio scade il tempo massimo per depositare le liste di testimoni. Liste che si preannunciano già – inutilmente – chilometriche e che, come da prassi, c’è da ritenere saranno pesantemente sfoltite dai giudici, con l’imposizione della solita clausola “tre testimoni per ogni circostanza”.
La difesa dell’ex numero uno della Asl Giuseppe Aloisio e del suo consulente Mauro Paoloni ha abbondato: 194 testimoni. Un centinaio quelli dell’accusa rappresentata dai pm Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci. E poi una trentina sia per l’ex responsabile del Ced della Asl Ferdinando Selvaggini che per gli imprenditori della sanità padre e figlio Roberto e Fabio Anglelucci. Sette quelli dell’altro imprenditore imputato Umberto Maria Marcoccia, tutti coincidenti con la società Centro Diaz, amministrata dallo stesso Marcoccia.
Solo con questi si arriva a circa 370 testimoni, ma tra sovrapposizioni e liste ancora mancanti non è facile fare una stima complessiva.
I quaranta faldoni dell’inchiesta Asl nascono tra il 2009 e il 2012, in relazione alla gestione Aloisio 2006-2009. Un pachiderma dapprima spezzato in due tronconi saldati dal gup in un unico procedimento.
Il primo riguarda gli appalti informatici e telefonici della Asl affidati in cambio di presunte tangenti. Filone per il quale più di un indagato, colto sul fatto, ha già patteggiato.
L’altra tranche riguarda sempre la cessione di appalti al “miglior offerente”. Ma stavolta la contropartita non sarebbe stata una pioggia di tangenti, bensì consenso politico.
In qualche caso, le due anime dell’inchiesta si intersecano: nell’affidamento del servizio di manutenzione e fornitura dei sistemi informatici della Asl all’azienda Isa, i magistrati ipotizzano un ritorno sia per Selvaggini che per Aloisio. Per il primo in termini economici. Per il secondo tramite “appoggi e finanziamenti al partito di riferimento dell’Aloisio”, com’è scritto nell’avviso di conclusione delle indagini. Partito identificabile nella Margherita e, quindi, nel Pd.
Lo stesso succede nella turbativa d’asta contestata, ancora, a Selvaggini, Aloisio e all’imprenditore della Italbyte Tommaso Rossi (uscito dalla vicenda col patteggiamento). A Rossi va un appalto per la fornitura di materiale informatico per il triennio 2008/2010 a 680mila euro annui. Soldi a Selvaggini, per la precisione 2mila euro al mese in contanti, e per Aloisio, i soliti “appoggi elettorali e finanziamenti al partito di riferimento”.
Vicende entrambe risalenti al 2007 e tra le più a rischio, nel lungo elenco stilato dalla procura. Al processo – che non inizia ancora – arrivano già vecchie di sette anni. Senza udienze a ritmo serrato, la prescrizione minaccia di far cadere le ipotesi accusatorie una dopo l’altra come birilli.
L’unica speranza per questo processo è correre.
Stefania Moretti
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