Maxiprocesso Asl - Giuseppe Aloisio per tre ore in aula - L'ex direttore si difende dalle accuse
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 Giuseppe Aloisio |
 Il maxiprocesso Asl |
Viterbo – “Non ho mai chiesto nulla. Non ho mai terrorizzato nessuno”.
La verità di Giuseppe Aloisio. In aula l’ex direttore della Asl di Viterbo risponde per tre ore e un quarto alle domande di pm e avvocati.
Dal 2013, nel maxiprocesso Asl, lo accusano di turbativa d’asta, corruzione, concussione (nell’ipotesi più lieve d’induzione indebita a dare o promettere utilità), falso e abuso d’ufficio. Sull’ex numero uno dell’azienda sanitaria viterbese pendono quindici capi d’imputazione.
Lui, ieri, parlando per la prima volta in udienza pubblica, ha replicato spedito. “Non ho mai chiesto nulla né per me né per altri. Tantomeno a Tommaso Rossi (ex titolare dell’Italbyte, ndr). Non ho mai preteso che garantisse a mia moglie (Piera Coscarelli, ndr) i voti per le elezioni amministrative. Era già una consigliera comunale molto conosciuta e non c’era alcuna necessità di chiedere voti a qualcuno. Alla fine ne ha presi quattrocento. Se Rossi l’avesse aiutata ne avrebbe avuti 3mila”.
Aloisio, durante i quattro anni di dirigenza, dal 2005 al 2009, non avrebbe mai chiesto niente a nessuno. Anzi, sarebbero stati gli altri a fare avanti e indietro dal suo studio. “La porta era sempre aperta e tutti potevano vedere chi entrava. Venivano a centinaia per un posto di lavoro. Avevo un armadio pieno di curricula, ma non ho mai favorito nessuno. Forse sono stato uno dei pochi, perché alla Asl di Viterbo ci sono tantissimi ‘figli di…’. Figli, nipoti, mogli e cognati di dirigenti che sono andati in pensione ma il nome Aloisio non compare mai. Provai addirittura vergogna quando accettammo un progetto della moglie di Paoloni”.
Si tratta del laboratorio artistico per disabili Aureart dove aveva un incarico d’insegnante la moglie di Mauro Paoloni, braccio destro di Aloisio. E’ da lui e da Ferdinando Selvaggini (responsabile del Ced fino al 2009) che l’ex numero uno della Asl di Viterbo si faceva aiutare e consigliare. “Non avevo competenze gestionali e aziendali – racconta Aloisio -, così chiedevo pareri a Paoloni che è un professionista di valore. Anche Selvaggini è stata una persona a me molto vicina. Era efficiente e un gran lavoratore. Rimaneva in Asl dalla mattina alla sera. La conosceva come nessuno. Mi fidavo, anche perché si opponeva all’anarchia esistente”.
Aloisio racconta della drammatica situazione che regnava, quando mise piede in Asl: strutture ospedaliere obsolete, frammentazione di uffici e troppa mobilità passiva. “C’era anarchia totale e questa politica faceva comodo a molti. Appena ho cominciato a spazzarla via e a fare i primi lavori di riorganizzazione, hanno iniziato a chiamarmi il terrorizzatore”, rimarca Aloisio.
L’ex direttore si riferisce allo stuolo di dirigenti che hanno deposto contro di lui. In quell’occasione hanno parlato di “imposizioni”, “intimidazioni” e di “vita impossibile per chi gli si metteva contro”.
Ma Aloisio non ci sta e ribatte: “Avevo un rapporto di cordialità con tutti. Davo indicazioni ma non ho mai ordinato nulla a nessuno, perché non è nel mio carattere essere un generale”.
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