Viterbo - Processo Asl - La deposizione di un ex dirigente nell'era Aloisio
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 Mauro Paoloni |
 Giuseppe Maria Aloisio |
Viterbo – (s.m.) – Direttore amministrativo della Asl, ma solo con la tessera della Margherita.
Mauro Paoloni, tra gli imputati del maxiprocesso Asl, lo avrebbe proposto a Giovanni Gorgoni, oggi direttore generale alla Asl di Lecce, un tempo dirigente all’ufficio Bilancio della Asl viterbese. Secondo la deposizione dello stesso dirigente.
Gorgoni torna per la seconda volta sul banco dei testimoni al processo Asl. Ma mentre a maggio parlò genericamente di “migliori prospettive di carriera qualora si fosse iscritto al partito della Margherita”, ieri, in udienza, è sceso più nel dettaglio di quelle “proposte” dai piani alti della Asl. “Proposte” legate a un certo colore politico. “C’era in ballo un mio eventuale posto di direttore amministrativo dell’azienda – racconta Gorgoni -. Mauro Paoloni, consulente strategico dell’allora direttore generale Giuseppe Aloisio (anche lui imputato al processo, ndr), mi disse che per ricoprire quella carica serviva un apparentamento politico: una tessera della Margherita. Risposi che non mi risultava: avevo sempre lavorato nella più totale indipendenza politica con i direttori generali precedenti e volevo continuare”.
Da lì cominciarono quelli che Gorgoni chiama “strani movimenti”: “I miei collaboratori venivano convocati da Aloisio e Paoloni per preparare il dopo-Gorgoni all’ufficio Bilancio. Per molti, all’interno dell’azienda, diventò problematico farsi trovare in giro con me. A una collega incontrata casualmente al bar, solo perché era con me, Aloisio disse: ‘Siamo diventati Miciani?'”. Come a sottolineare una vicinanza dell’impiegata a Fabio Micio, autore degli esposti sulla gestione Aloisio che hanno portato prima alla maxiinchiesta e poi al maxiprocesso. Gorgoni ribadisce la logica “amici-nemici” imperante nell’azienda e già spiegata da più testimoni: “La regola era che consulenze e locazioni passive non andavano date come capitava ma ‘agli amici nostri’. La nuova dirigenza, appena insediata, non mi chiese i bilanci o l’esposizione debitoria della Asl, ma l’elenco dei fitti passivi e delle consulenze. Dentro l’azienda c’era il tandem Aloisio-Paoloni e i comprimari, che potevano variare. Poi c’erano gli altri, cioè chi si era macchiato di insubordinazione”. Come Gorgoni, trasferito per questo dal Bilancio a “un ufficio creato in quattro e quattr’otto per informatizzare le sale operatorie”.
Gli altri due fronti d’indagine affrontati in quattro ore e mezza di udienza sono stati la truffa dei rimborsi illeciti alla clinica di Nepi sulla Cassia (degli imprenditori imputati Fabio e Roberto Angelucci) e l’appalto per il lavaggio della biancheria e la sterilizzazione dei ferri chirurgici: 3 milioni di euro l’anno (poi aumentati) per 5 anni.
Dei presunti rimborsi non dovuti alla clinica nepesina parla Daniela Rossetti, consulente dei pm Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci: su 684 ricoveri al reparto di riabilitazione intensiva, 438 erano “inappropriati”. “Pazienti autosufficienti – secondo la dottoressa Rossetti – che non necessitavano del ricovero in riabilitazione intensiva”.
Per la pubblica accusa, la Regione Lazio rimborsava alla clinica quelle prestazioni senza che la struttura ne avesse diritto.
Altri due consulenti dei pm riepilogano la gestazione dell’appalto per il lavaggio della biancheria e la sterilizzazione dei ferri chirurgici, aggiudicato dalla Ati Lavin/Servizi Italia nel 2007. Prima gara: annullata. Seconda gara: non aggiudicata e con un importo a base d’asta (3 milioni di euro annui) inferiore a quello di mercato, con la Lavin, unica partecipante, che offriva il servizio a 4,5 milioni di euro. Terzo tentativo: trattativa privata con Ati Lavin/Servizi Italia che prende l’incarico per 3,9 milioni di euro all’anno. Subito dopo, Paoloni entra nel cda dell’azienda. Per i pm è corruzione.
Come si scende da quei 4,5 milioni, proposta iniziale della Lavin sul prezzo del servizio, a 3,9 milioni? “Non c’è uno sconto – spiegano i consulenti dell’accusa -. C’erano meno lavori da fare. Quindi meno servizi offerti dalla ditta appaltatrice”. Gli investigatori setacciarono anche i libretti del fratello di Paoloni, a caccia di indizi della corruzione. “Libretti che facevano sorridere perché recavano i nomi di calciatori dei primi anni Duemila, quando non c’era ancora un obbligo di intestazione nominativa – ricordano i consulenti dell’accusa -. Il grosso dei movimenti è dal 2004 in poi”.
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