Viterbo – Fuori dal maxiprocesso Asl anche il responsabile del Ced dell’era Aloisio, Ferdinando Selvaggini. Anche per lui, una delle figure di spicco della maxinchiesta della procura, la vicenda giudiziaria si chiude, come per tanti altri, all’insegna della prescrizione.
La dichiarazione di “estinzione di tutti i reati ascritti a Ferdinando Selvaggini per prescrizione” è arrivata oggi alle 13, su richiesta del difensore Gino Salvatori. Fine. Selvaggini è fuori da quel che resta del processo. Né colpevole, né innocente.
Come se in questi ultimi cinque anni, dalla richiesta di rinvio a giudizio, non fosse successo niente. Ma tant’è, i presunti episodi di corruzione contestati vanno dal 2004 al 2010. Per i più recenti sono passati otto anni.
Degli imputati era presente solo il patron della Isa, Alfredo Moscaroli, che non ha mai mancato un’udienza. Pur avendo maturato anche lui i termini per chiedere la prescrizione, l’imprenditore è intenzionato ad andare fino in fondo per ottenere un’assoluzione nel merito, che sarà discussa più avanti, come hanno fatto già in passato i legali dell’ex superconsulente Mauro Paoloni e dell’ex direttore generale Giuseppe Aloisio.
L’ex dg resta ancora nel processo per presunta induzione alla corruzione nell’abito delle vicende Aureart. Nuova Clinica Santa Teresa e Cra di Nepi. Nel frattempo, lo scorso 3 settembre, è deceduto Roberto Angelucci, l’imprenditore della sanità privata tra gli indagati che hanno fatto più rumore ai tempi dell’inchiesta.
Un braccio di ferro, quello tra i difensori e i pm Fabrizio Tucci e Stefano d’Arma, che per Moscaroli è proseguito stamattina con una sfilata di testimoni intervenuti proprio per tessere le lodi dell’Isa, l’azienda viterbese che gestiva i servizi informatici della Asl.
Da sempre l’Isa al servizio della Asl. Da che sono venuti i computer. E ovviamente anche tra il 2004 e il 2010, gli anni passati al setaccio dagli investigatori, durante i quali Moscaroli, accusato di corruzione, sarebbe stato costretto a versare fiumi di tangenti, a detta sua, per non perdere l’appalto per mantenere il quale avrebbe investito milioni di euro in risorse tecnologiche e umane.
Fino a fornire un servizio di reperibilità entro tre ore, che garantiva l’intervento di riparazione entro le sei ore successive, con personale Isa che si era reso disponibile a lavorare H24, anche i festivi e durante la notte.
“Gli interventi dei tecnici della Isa erano sempre puntuali, tempestivi, fatti in modo informale e alla buona, di alto livello qualitativo e molto collaborativi”, ha detto un pezzo da novanta, l’ex direttore finanziario della Asl di Viterbo, Giovanni Gorgoni, attualmente direttore dell’Agenzia regionale per la salute ed il sociale della Regione Puglia. Ma gli interventi di tutti i testi sono stati dello stesso tenore.
Poi ancora il caso Aureart, col legale Angelo di Silvio dei fratelli Giampaolo e Francesco Marzetti che ha chiamato a testimoniare lo psicologo che mise a punto e attuò il progetto del centro diurno per disabili adulti di Montefiascone, il dottor Giovanni Tassoni. Amico dell’ex moglie di Mauro Paoloni, Maria Giovanni Monti, al punto da chiamarla Giannella. “Giannella – ha detto Tassoni – era uno dei maestri d’arte, forse era anche formalmente la presidente dell’associazione, ma lei, come i Marzetti, ci metteva il lavoro”.
Un ottimo progetto, secondo Tassoni, che a Viterbo gestisce una struttura residenziale terapeutico-riabilitativa, spiegato alla corte con un linguaggio a tratti molto colorito. “Affluivano 24 persone – ha sottolineato – contro le 5 di oggi con grande sperpero di denaro pubblico. Io, da psicologo, avevo mandato diversi pazienti nella bottega di cornici di Francesco Marzetti, che accoglieva tutti volentieri e con grandi benefici. Una cosa molto carina, non manicomiale, che è stato il motore del progetto Aureart sul quale poi io, solo io, ho lavorato, individuando anche personalmente un paio di lavoratori, perché non basta essere artisti per poter interagire in maniera opportuna coi disabili adulti”.
Il processo, con l’udienza di oggi, può dirsi giunto alle battute finali, anche se per chiudere bisognerà aspettare il 2018. Il rinvio a giudizio, per gli iniziali 29 indagati, risale al 18 luglio 2013, quando la prima udienza, poi slittata, fu fissata per il 14 gennaio 2014. Le richieste di rinvio a giudizio sono del luglio 2012. Gli episodi contestati vanno dal 2004 al 2010.
La scorsa primavera sono stati sentiti come testimoni alcuni ufficiali dei carabinieri, tra cui l’ex comandante provinciale dei carabinieri, colonnello Gianluca Dell’Agnello, su richiesta dell’avvocato Alessandro Diddi, che assiste Aloisio, in merito alla presunta macchina del fango, fatta di decine di articoli di giornali a titoli cubitali, scatenata da un quotidiano locale contro gli allora vertici della Asl.
Siamo agli sgoccioli. Il primo dicembre, salvo imprevisti, sarà il grande giorno dell’accusa cui, come da codice di procedura penale, spetterà aprire la discussione, con la richiesta di condanna o assoluzione degli imputati rimasti ancora a giudizio, tra i quali l’ex direttore generale Giuseppe Aloisio che, in seguito alla maxinchiesta, si dimise.
Silvana Cortignani
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY