Viterbo - Maxiprocesso asl - I Nas, sulla fuoriuscita di rimborsi non dovuti alla casa di cura degli Angelucci
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 La casa di cura di Nepi |
 La clinica Nuova Santa Teresa |
 Roberto Angelucci |
 Fabio Angelucci |
Viterbo – (s.m.) – Non aveva i requisiti per batter cassa alla Regione, ma secondo i magistrati ha intascato milioni di euro per anni, sulla pelle del sistema sanitario laziale.
E’ la storia del Cra, centro riabilitazione e assistenza della casa di cura di Nepi, raccontata ieri al maxiprocesso Asl.
Tra i 29 imputati Roberto e Fabio Angelucci, imprenditori padre e figlio, titolari tanto della struttura nepesina quanto della Nuova clinica Santa Teresa sulla Tuscanese.
I pm Fabrizio Tucci e Stefano D’Arma li accusano di una mastodontica truffa alla sanità regionale: solo dal 2004 al 2008, il Cra si è fatto rimborsare 27 milioni di euro di prestazioni, secondo i Nas. Agli avvocati i conti non tornano e accusano in aula i carabinieri di averli sbagliati. Anche in base a quei conti viene chiesto l’arresto in carcere per Angelucci, respinto per lui come per l’ex direttore generale della Asl Giuseppe Aloisio e altri imputati di spicco del maxiprocesso.
I rimborsi, secondo la testimonianza dei Nas, “avvenivano in forza di convenzioni tra la Asl di Viterbo e la casa di cura di Nepi, ma le convenzioni con strutture non accreditate non si possono fare. In pratica, c’è stato uno stanziamento di fondi alla casa di cura come se fosse accreditata”.
L’accreditamento è il riconoscimento che la Regione dà alle strutture sanitarie per offrire servizi alla sanità pubblica. Solo quelle accreditate possono contrattare con le asl e farsi rimborsare ogni singola prestazione dalla Regione. Ed ecco come l’accreditamento diventa un affare, soprattutto se i rimborsi arrivano comunque, pur non essendo accreditati.
Al Cra di Nepi quei fondi entravano già sul finire degli anni Novanta, prima della gestione Aloisio. Nel 2008 la Regione chiude i rubinetti. Ma la restituzione delle somme non verrà mai chiesta, secondo l’ex direttore generale della programmazione sanitaria del Lazio Giampaolo Grippa: le prestazioni sanitarie erano state comunque erogate e fino al 2008 la normativa era più elastica.
Un anno dopo, Angelucci si rifiuta di firmare l’accordo con la Regione sui 40 posti letto del Cra, che vengono tagliati. Per Grippa, “Aloisio si schiera dalla sua parte in modo del tutto anomalo”. Gli avvocati dell’ex dg Alessandro Diddi e Piergerardo Santoro rimarcano come anche il prefetto si attivò per scongiurare il taglio dei posti letto, fonte di preoccupazioni tanto per la perdita del servizio quanto per il destino lavoratori. Una “quasi sommossa popolare”, la definisce il subcommissario per il piano di rientro Mario Morlacco, ma “del tutto normale, quando si taglia”.
Oltretutto, secondo Grippa, la provincia di Viterbo non aveva un bisogno impellente di quei 40 posti letto: “Per la riabilitazione l’offerta complessiva nella Regione Lazio era addirittura sovrabbondante, rispetto ai parametri nazionali”. Non solo: per le condizioni in cui era, commissariata e con 10 miliardi di debito, la Regione non poteva che tagliare, iniziando soprattutto dalle strutture che non avevano i requisiti e, quindi, neppure il diritto ad assorbire le risorse del sistema sanitario laziale o a chiederne più del dovuto.
Una era la casa di cura di Nepi. L’altra, la Nuova Santa Teresa, sempre degli Angelucci, che pretendevano un ampliamento dell’accreditamento già ottenuto con la vecchia Santa Teresa del Bambin Gesù. Progetto considerato dal dirigente regionale Salvatore Carambetta “a dir poco impensabile, visti i vincoli rigidi del piano di rientro”. Non se ne fece nulla, ma a Carambetta non sfuggì “un evidente tentativo di avventurarsi in percorsi non in linea con le normative”.
In contemporanea, in un’altra aula del tribunale, si celebrava il processo parallelo per le tangenti ai dirigenti della Asl di Rieti e Roma H Luciano Mingiacchi e Patrizia Sanna. Una costola del maxiprocesso Asl. Hanno parlato cinque testimoni della difesa. Ad ascoltare Aloisio, chiamato anche lui a deporre, i difensori hanno rinunciato all’ultimo momento. A ottobre la sentenza.
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