Viterbo – “Ricordo zio Mariano sempre sorridente, con gli occhi vivacissimi. Sprizzava intelligenza, gioia di vivere e voglia di fare. Amava la vita, la cultura e soprattutto la libertà”. Paolo Bianchini aveva sette o otto anni quando Mariano Buratti entrò nella Resistenza. Lo aveva conosciuto da bambino perché il partigiano aveva sposato in seconde nozze Maria Bianchini, sorella del padre.
Oggi il regista Bianchini torna con la memoria agli anni trascorsi insieme alla Palanzana, alla clandestinità, all’annuncio della fucilazione ascoltato alla radio e all’ultima immagine dello zio che attraversa di corsa una strada di Roma per salutare la sorella della moglie. E davanti alla scritta “Casa del Balilla” ricreata sulla facciata del liceo classico Mariano Buratti annuncia una protesta: “Sto preparando un’azione eclatante”.
Paolo Bianchini, quale rapporto di parentela aveva con Mariano Buratti?
“Mariano aveva sposato in seconde nozze Maria Bianchini, sorella di mio padre. Era quindi mio zio acquisito. La sua prima moglie era morta e dal precedente matrimonio aveva avuto, credo, due figlie. Io me lo ricordo da bambino, fin da quando avevo sei o sette anni”.
Quando lo vedeva?
“La frequentazione si intensificava durante le vacanze estive alla Palanzana. Trascorrevamo lì tre mesi e tutta la famiglia si riuniva nella casa del vescovo, il cui primo piano era stato affittato dai Bianchini. Stavamo insieme per tutta l’estate”.
Che uomo era Mariano Buratti nella vita familiare?
“Era estroverso, nervosissimo, allegro, vivace, sempre su di giri. Aveva quasi sempre una sigaretta in bocca. Giocava con noi bambini e si rotolava con noi sul pavimento”.
C’è un episodio che le è rimasto particolarmente impresso?
“Ricordo che giocava per terra con noi nella casa di mia nonna Teodolinda Schenardi, in via Sicilia. Mio cugino Enzo, il figlio di Mariano, era piccolo. Durante il gioco, Mariano non si accorse che con la sigaretta gli aveva bruciacchiato una gamba. Io vidi il bambino che stava per scoppiare a piangere e gli dissi: ‘Zio Mariano, guarda, gli hai bruciato la gamba’. Lui gettò subito la sigaretta e, quasi con le lacrime agli occhi, cominciò a baciarlo”.
Quando Mariano Buratti entrò nella Resistenza, che cosa vi dissero?
“Dopo l’8 settembre 1943 Mariano scomparve. A noi bambini mio padre e mia madre dissero che era andato a insegnare lontano. Solo dopo seppi che aveva lasciato il liceo e che, insieme a un gruppo di studenti, era salito sul monte Fogliano, dove nacque la sua formazione partigiana”.
Anche suo padre partecipò alla Resistenza?
“Sì, anche mio padre partecipò alla Resistenza, ma da clandestino. Non fece la lotta armata. Continuò a lavorare come medico a Roma, all’ospedale San Giovanni e all’ufficio d’igiene di via Merulana”.
Che cosa accadde alla vostra famiglia dopo l’8 settembre?
“Vivevamo a Ostia. Dopo l’8 settembre arrivò l’ordine tedesco di evacuare entro ventiquattr’ore. Lasciammo la casa e raggiungemmo Roma con il trenino, insieme a tante famiglie che portavano materassi, valigie e tutto ciò che erano riuscite a prendere”.
Che ricordo ha dell’arrivo a Roma?
“Ricordo l’arrivo a piazzale Ostiense. Il piazzale era coperto di calce gettata intorno alle sagome di due carri armati italiani che avevano combattuto contro i tedeschi. Era un’immagine che in seguito ho definito felliniana”.
Dopo l’arresto di Mariano Buratti eravate in pericolo?
“Mio padre sapeva che, sotto tortura, Mariano avrebbe potuto fare i nomi delle persone coinvolte nella Resistenza. Per questo cambiavamo continuamente casa. Vivevamo in stanze prese in affitto o in subaffitto. Ci proteggeva anche un portiere al quale mio padre aveva salvato la figlia, malata di tifo”.
Come apprese della morte di Mariano Buratti?
“Dalla radio. Eravamo in una casa a San Giovanni. Mia madre stava cucinando, mio padre era salito al piano superiore per telefonare e io stavo strimpellando al pianoforte. La trasmissione fu interrotta e una voce annunciò che quella mattina erano stati fucilati dieci ‘banditi’. Poi cominciò a leggere i nomi e sentii: ‘Buratti Mariano’”.
Che cosa accadde subito dopo?
“Mia madre corse al piano di sopra, dove c’era mio padre. Gridò: ‘Hanno fucilato Mariano’. Mio padre lasciò cadere la cornetta, scese precipitosamente le scale, si mise il bracciale della Croce Rossa e uscì nella notte in bicicletta”.
Che cosa raccontò suo padre quando tornò?
“Durante la notte mi svegliai e sentii mio padre raccontare sottovoce a mia madre di avere riconosciuto il corpo di Mariano. Diceva che lo avevano massacrato: presentava i segni delle torture subite in via Tasso, era stato bruciato con la fiamma ossidrica e gli erano state strappate le unghie e i denti”.
Il partigiano Mariano Buratti
Ricorda altri particolari di quella notte?
“Il cappellano aveva raccontato a mio padre che Mariano aveva chiesto di non essere bendato e di avere davanti la fotografia del figlio Enzo. Legato alla sedia con le mani dietro la spalliera, prima di essere fucilato gridò ‘Viva l’Italia’ e ‘Viva la libertà’. Io ascoltai tutto questo nella notte, mentre mio padre parlava sottovoce e mia madre piangeva”.
Qual è l’ultima immagine che conserva di suo zio?
“Era un giorno d’autunno a Roma. C’era il sole, ma tirava un vento fortissimo. Accompagnavo mia madre al mercato dell’Alberone. Dall’altra parte della strada vidi un uomo con un impermeabile chiaro che camminava velocemente tenendosi il cappello sulla testa”.
Che cosa accadde?
“Dissi a mia madre: ‘Ma quello non è zio Mariano?’. Lei gridò il suo nome. Mariano attraversò di corsa, senza nemmeno guardare. Parlò fitto fitto all’orecchio di mia madre, le disse che stavano tutti bene, la salutò e ripartì. A metà strada si fermò, tornò indietro e mi baciò sulla testa. Si era accorto di non avermi salutato. Quella fu l’ultima volta che lo vidi”.
Viterbo – La posa della pietra d’inciampo in ricordo del partigiano Mariano Buratti in via Saffi 1 dove abitava – Paolo Bianchini, Elisa Guida, Chiara Frontini e Ugo Pierallini
Come descriverebbe Mariano Buratti alle nuove generazioni?
“Lo ricordo sempre sorridente, con occhi vivacissimi che sprizzavano intelligenza e voglia di fare. Era appassionato della vita, della libertà e della cultura. Insegnava storia e filosofia, scriveva ed era anche poeta. A un certo punto imbracciò le armi per difendere il diritto alla vita e alla libertà di ogni essere umano”.
Che cosa ha provato vedendo la scritta “Casa del Balilla” ricreata sul liceo intitolato a Mariano Buratti?
“L’ho vissuta malissimo. Non si può separare quella scritta da ciò che l’organizzazione fascista rappresentava. Io stesso, da bambino, ho vissuto il sabato fascista. Dalla scuola elementare di Ostia ci portavano a piedi alla Gil, dove si riunivano gli alunni delle scuole”.
Come interpreta la decisione della soprintendenza di ricreare la scritta?
“La considero una decisione gravissima. Dietro c’è un clima nel quale tornano simboli e nostalgie che pensavamo appartenessero al passato. Sul liceo intitolato a un uomo torturato e fucilato dai nazifascisti non si può ricreare una scritta del regime come se fosse un elemento neutro”.
Che cosa intende fare?
“Sto preparando, insieme ad altri, un’azione eclatante. I particolari saranno comunicati quando tutto sarà definito”.
Che cosa direbbe alla soprintendente Margherita Eichberg?
“Le racconterei il mio giorno di scuola, il mio sabato fascista. Le racconterei che cosa c’era dietro quelle divise, quelle adunate e quegli edifici. E le chiederei di pensare a Mariano Buratti, alla sua vita, alle torture e alla fucilazione, prima di considerare quella scritta un semplice recupero architettonico”.
Carlo Galeotti
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