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Lettera aperta - Viterbo – "Casa del Balilla" sulla scuola - L’ex docente del liceo Mariano Buratti Carlo Venturi scrive alla soprintendente e contesta le sue offensive affermazioni sui professori del classico e l'agiografia dell’Opera nazionale Balilla e del gerarca fascista

Margherita Eichberg, studi lei chi era Renato Ricci…

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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo un intervento sul caso della scritta Casa del Balilla sul liceo classico Mariano Buratti – Gentile soprintendente Margherita Eichberg, le scrivo dopo aver letto, su un quotidiano locale, i contenuti delle sue dichiarazioni in merito alla vicenda del liceo Buratti, con particolare riguardo ad alcuni passi che cito testualmente: “E anche la scuola! Sono rimasta veramente male per l’intervento dei professori del Buratti: vadano a studiare la storia, vadano a studiare chi erano Renato Ricci e l’Opera nazionale Balilla!”.

Viterbo - Margherita Eichberg

Viterbo – Margherita Eichberg


Ho letto il comunicato dei professori e non vi trovo errori di storia, semmai critiche di metodo e di merito, ma il punto è un altro: evidentemente esistono due Margherita Eichberg, quella che lamenta mancanza di garbo istituzionale e di essere vittima di interventi violenti, e quella che, accantonato il garbo istituzionale, insulta con parole discretamente offensive e violente docenti che hanno osato contraddirla. Così come esistono la soprintendente che afferma, fin dal primo intervento sulla stampa, di nulla sapere della vicenda e, contemporaneamente, quella che dice che si deciderà come conservare l’iscrizione, non se conservarla.

Nell’intervista lei osa un’improbabile distinzione tra Opera nazionale Balilla e Gioventù italiana del littorio, essendo la prima emanazione dello Stato e la seconda, invece, del partito nazionale fascista, ignorando che durante il regime nessuna differenza esisteva tra l’uno e l’altro; come se Renato Ricci non avesse fondato l’OnB e diretto, dal 1937 e almeno fino al 1944, la Gioventù italiana del littorio, che aveva assorbito l’OnB.

Quanto agli scopi dei due enti, in base alle leggi istitutive, ai decreti attuativi e agli statuti, possono essere così brevemente riassunti: alla base del progetto era la volontà di alimentare la diffusione della logica marziale e cameratesca e la costituzione di un’organizzazione di stampo paramilitare, capillarmente diffusa sul territorio, capace di travasare e convogliare nelle nuove generazioni i caratteri dello squadrismo fascista, stemperandone il carattere spontaneista in una struttura organizzata, anche attraverso strumenti ludico-educativi, come gli sport e le adunate. Al tempo stesso, l’organizzazione doveva rendersi capace di avvicinare progressivamente gli italiani al partito, in un continuo processo di creazione del consenso, dell’appartenenza e dell’identificazione nei valori e nei contenuti promossi dal regime. Un sistema che, strutturato nel tempo, potesse condurre a un affiancamento e a un vero e proprio ruolo di compendio rispetto al sistema educativo della nazione.

Liceo classico Mariano Buratti - L'edificio il giorno dell'inaugurazione, il 5 maggio del 1937, alla presenza di Renato Ricci fondatore dell'Opera nazionale Balilla

Liceo classico Mariano Buratti – L’edificio il giorno dell’inaugurazione, il 5 maggio del 1937, alla presenza di Renato Ricci fondatore dell’Opera nazionale Balilla


L’Opera nazionale Balilla e poi la Gioventù italiana del littorio furono quindi le organizzazioni giovanili del regime fascista, create con lo scopo principale di indottrinare, educare e militarizzare i giovani italiani dai 4 ai 21 anni. Questo e non altro sono stati gli enti del regime fascista di cui vuole conservare memoria, entità nate da un regime dittatoriale, identiche alla Hitlerjugend, che nel presente trovano eguali nella sola Corea del Nord.

E veniamo alle lodi sperticate che formula nei confronti di Renato Ricci, che, cito letteralmente: “Chi si scandalizza dovrebbe andare a leggersi chi era Ricci: il futuro ministro delle Corporazioni, uno che andò in America per vedere come venivano educati i giovani, e non solo alla guerra. Ricci voleva formare anche i giovani senza mezzi, i poveri, avvicinarli alla pratica sportiva”.

Due osservazioni: essere stato ministro delle Corporazioni è un titolo di merito nella Repubblica italiana nata dall’antifascismo? Quanto al formare i giovani poveri, sarà forse una leggenda metropolitana il racconto che insegna da sempre che proprio i giovani poveri e indottrinati sono la carne da cannone di tutte le dittature e di tutte le guerre?

Poi vorrei offrire alla sua attenzione pochi ma significativi elementi biografici di Renato Ricci. Squadrista convinto, aderì al partito nazionale fascista nel maggio del 1921 e un mese dopo fondò il Fascio della sua città. A maggio venne arrestato dalle forze dell’ordine a Sarzana come responsabile degli atti di violenza e degli omicidi che stavano compiendo nella zona gli squadristi sotto il suo comando e, nel luglio seguente, una colonna fascista comandata da Amerigo Dumini, ovvero il futuro assassino di Giacomo Matteotti, si recò a Sarzana per liberarlo con la violenza dalla prigione. Da questo avvenimento ebbero luogo gli episodi di violenza che passarono alla storia come i fatti di Sarzana.

Rivestì varie cariche all’interno del partito fascista e lo ricordiamo come ideatore e artefice dell’obelisco del Foro Mussolini, oggi Foro Italico. Sorvoliamo sul suo cursus honorum, ricco di incarichi prestigiosi che lo avvicinarono sempre di più a Mussolini, e arriviamo alla caduta di quest’ultimo, il 25 luglio 1943, e ai mesi successivi, nei quali Ricci, riparato in Germania, fu tra coloro che confermarono con convinzione la loro fedeltà al duce.

Simulazione - Come sarà il liceo classico Mariano Buratti con l'insegna "Casa del Balilla" (Immagine creata con IA)

Simulazione – Come sarà il liceo classico Mariano Buratti con l’insegna “Casa del Balilla” (Immagine creata con IA)


La notte fra l’8 e il 9 settembre 1943 diffuse, dalla radio di Monaco, insieme con Alessandro Pavolini, Roberto Farinacci e Giovanni Preziosi, l’appello agli italiani e “ai valorosi soldati dell’esercito, della marina, dell’aeronautica e della milizia”, nell’intento di sostenere l’appoggio a Mussolini. Nella dichiarazione si affermava: “Il tradimento non si compirà”.

Tra gli altri incarichi fu designato comandante generale della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (Mvsn), più o meno l’equivalente italiano delle Ss naziste.

La vecchia Mvsn confluì presto, su progetto di Ricci, influenzato anche dalle posizioni di Heinrich Himmler, nella Guardia nazionale repubblicana, istituita il 24 novembre 1943 “con compiti di polizia interna e militare”, vale a dire il contenimento dell’antifascismo e la repressione della Resistenza insorgente. Restò commissario della ricostituita OnB fino all’aprile 1945.

A guerra ormai ultimata, poté scampare all’arresto grazie alla notizia del suo suicidio, diffusasi tra i partigiani: catturato tra il 24 e il 26 giugno, fu condannato due volte a trent’anni di detenzione, ma nel 1950 uscì dal carcere grazie all’amnistia Togliatti. Nel 1954 divenne vicepresidente dell’Associazione ex combattenti della Rsi.

Invece lei sembra considerare Ricci un grande pedagogista e un filantropo di Stato, alla stregua, per stare al presente, di Sergio Neri.

Non se ne abbia, soprintendente, ma in questi casi credo sia lei a non essere informata. Non è mio costume usare con leggerezza il termine ignorante, come ha invece fatto lei con la dirigente scolastica e con i miei ex colleghi, ai quali va tutta la mia solidarietà.

Le sembra, soprintendente, che sia plausibile considerare Ricci un grande pedagogista alla stregua di Malaguzzi, Pacchione, Neri e Barca, ovvero degli inventori del Reggio Emilia Approach?

Ciò detto, io non credo che non fosse informata della decisione di rinnovare l’iscrizione. Semplicemente, non si aspettava il clamore e le reazioni che si sono verificate e continueranno a verificarsi.

A questo punto, potrei suggerirle di compiere coraggiosamente un ulteriore passo verso il ritorno all’iconografia, o iconologia, veda lei, del fascismo: riportare alla luce quel ritratto nell’aula magna, quasi certamente conservato e oggi celato da un pannello, del duce in sella a un cavallo rampante, alla maniera di “Napoleone valica il Gran San Bernardo” di Jacques-Louis David.

Egregia soprintendente, se proprio volesse occuparsi di Viterbo, le posso umilmente suggerire alcuni interventi ben più urgenti di un’insegna pubblicitaria che offende la memoria di Mariano Buratti, di Luigi Petroselli, di tutti i democratici e antifascisti, dello spirito e della lettera della Costituzione, come ben scritto su Tusciaweb dalla costituzionalista Giovanna Montella, che la invito a leggere con attenzione.

Ad esempio, le direi che la splendida abside barocca della cattedrale di San Lorenzo è preclusa al pubblico; che la chiesa del convento di Santa Caterina, da tempo inagibile, quello di Vittoria Colonna, versa in gravi condizioni di degrado; che la volta illusionistica, così ben realizzata da Antonio Colli, discepolo e primo aiutante di Andrea Pozzo, è soggetta a infiltrazioni d’acqua che hanno danneggiato le superfici pittoriche, mettendone a rischio l’integrità; che la meravigliosamente restaurata mole di palazzo Gatti, in via Cardinale La Fontaine, è scempiata da diversi e inutili cartelli di divieto di sosta, apposti sciaguratamente dall’amministrazione della silente sindaca Chiara Frontini; che il museo civico comunale è chiuso da tempo immemorabile; che il museo nazionale etrusco, che dovrebbe esserle caro, non offre alcuna attività didattica, come ormai fanno quasi tutti i musei.

I siti di queste istituzioni comprendono poco più che gli orari di apertura e, quasi una beffa, annunci di mostre e iniziative che si svolgono in altre città. Potrebbe magari occuparsi della realizzazione di un portale museale della Tuscia viterbese che riunisca i tantissimi musei del territorio. Potrebbe accorgersi che piazze e strade del centro storico sono infestate da una foresta di cartelli stradali: a piazza Dante ne ho mal contati oltre trenta.

Ecco, soprintendente, se lei volesse meritoriamente occuparsi di queste e di molte altre offese alla storia perpetrate in città, credo che i viterbesi la amerebbero molto di più.

Invece lei preferisce una guerra futile negli intenti e sbagliata nei principi, pur di conservare il segno di un regime condannato dalla storia, i cui simboli, a eccezione dei neofascisti, nessuno vuole vedere alzando gli occhi su una scuola pubblica.

Carlo Venturi
Ex docente del liceo Buratti e antifascista


Oggi il presidio alle ore 9 davanti al liceo classico Mariano Buratti contro l’insegna fascista Casa del Balilla con Paolo Bianchini nipote del partigiano.


Stampa nazionale: Il liceo dedicato a un partigiano torna Casa del Balilla. A Viterbo il fascismo non si combatte, si “detonalizza” 

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25 luglio, 2026

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