Monterosi – (s.m.) – La pipì a letto. La paura di andare a scuola. I lividi al ritorno a casa.
Parlano in aula per la prima volta i genitori dei bambini maltrattati alla scuola materna di Monterosi. La maestra Caterina Dezi, arrestata nel 2014, ha patteggiato la condanna a due anni in un’unica udienza a porte chiuse. A processo, ora, c’è l’ex preside dell’istituto Anna Grazia Pieragostini. Stessa accusa della maestra: maltrattamenti aggravati su bimbi di 3 anni, per non aver preso provvedimenti contro un’insegnante manesca.
In tribunale, gli 11 genitori costituiti parte civile siedono in prima fila. Alle loro lettere, telefonate, incontri e solleciti, la preside avrebbe risposto sempre allo stesso modo: “Verificherò con i miei canali” o con la promessa di aumentare le ore di compresenza. Ma la maestra non poteva essere affiancata continuamente, né messa in aspettativa: “Non abbiamo prove”, ripeteva la preside, che avrebbe invitato i genitori a “non preoccuparsi” e a “non fare denunce per non macchiare il buon nome della scuola”. “Noi ci fidavamo, ma eravamo preoccupati – ha raccontato ieri Alberta Platti, mamma e rappresentante di classe -. Il cambiamento nei bambini era evidente: si autopunivano, dicevano che erano cattivi, si nascondevano per una sgridata e a casa non parlavano. Ho sbloccato mio figlio dopo mesi: ‘se mi racconti tutto, mamma si trasforma in un supereroe e ti salva’. Allora mi ha parlato dei pugni a lui e al suo amichetto: ‘lui piange mentre la maestra lo mena, io no perché sono forte'”. Un altro bimbo torna a casa ogni giorno con un livido nuovo. Un’altra è terrorizzata perché la maestra “strilla forte”; i genitori provano a spostarla in un’altra classe, ma la preside li blocca: non c’era motivo.
Dopo due incontri con la dirigente e la situazione che non cambia, i genitori vanno dai carabinieri, che piazzano due telecamere in classe. Le centinaia di intercettazioni, raccolte dal maresciallo Della Corte, mostrano l’insegnante che urla, prende i bimbi per il bavero del grembiulino o li scaraventa addosso agli armadietti dell’aula. Nel 2010, la maestra aveva ricevuto una sanzione disciplinare per fatti analoghi in una scuola di Nepi. La preside lo sa dai genitori, ma il fascicolo non arriverà mai sulla sua scrivania. “Eravamo un po’ prevenuti, anche per questo bisognava agire con cautela – ha continuato la rappresentante di classe -. Ma tra la cautela e l’inerzia ce ne passa. Che dovevamo aspettare? Che i nostri figli si facessero male? Non aveva prove? Le doveva trovare”.
Solo la fiduciaria della scuola difende la preside, parlando degli sforzi di affiancare più maestre, delle promesse di prendere informazioni e della sua continua presenza per controllare. Le altre due mamme-testimoni appesantiscono il carico: “Mi sono sentita dire che non aveva la bacchetta magica”. E l’altra: “I carabinieri doveva chiamarli la preside”.
Il processo continua a ottobre.
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