L’urgenza di questa decisione, dichiarata immediatamente eseguibile, non può non porre interrogativi. È la tempistica a destare perplessità: il procedimento di approvazione, avvenuto con una rapidità eccezionale, sembra aver scavalcato ogni approfondimento o dibattito pubblico sulla gestione delle risorse destinate alle attività culturali. Una velocità e efficienza che, per fare un esempio importante e grave, non c’è stata quando le decisioni riguardano la salute dei cittadini. Il caso eclatante è stato quello dell’acqua all’arsenico che è stata fatta bere senza che i cittadini sapessero nulla.
La decisione di assegnare 30mila euro per coprire i costi organizzativi del primo modulo del festival, con un ampliamento della convenzione con l’Associazione teatrale fra i comuni del Lazio (Atcl), non può non generare ulteriori polemiche. In particolare, ci si interroga sulla scelta di non coinvolgere preventivamente altri attori locali o di valutare possibili alternative più economiche e inclusive, con ricadute sul tessuto culturale della città e sul turismo.
Il finanziamento coprirà cachet per artisti, costi tecnici, affitti di spazi, noleggi, pubblicità e altre spese operative, con Atcl che si farà carico di tutti gli oneri organizzativi. Tuttavia, resta aperta la questione sull’effettiva necessità e opportunità di tali costi, soprattutto alla luce dei limiti di bilancio comunale che quest’anno ha portato a un taglio di finanziamenti per gran parte delle iniziative di associazioni locali. Come dire che per loro i soldi non ci sono, ma per il Festival della Tuscia ci sono, eccome.
Nonostante il parere favorevole unanime della giunta, presieduta dalla sindaca Chiara Frontini, l’intera operazione sembra aver bypassato un’analisi critica e un confronto pubblico che avrebbero potuto garantire una maggiore legittimità e condivisione delle scelte. L’esecutività immediata della delibera, dichiarata urgente, pone quindi il dubbio se questa sia stata una decisione ponderata o una scelta affrettata, dettata dalla necessità di realizzare eventi a tutti costi, in tutti sensi, senza però nessuna pianificazione.
La decisione ha sollevato dubbi di non pochi operatori del settore che si interrogano sulla direzione che l’amministrazione comunale sta intraprendendo nella gestione dei fondi pubblici per quanto riguarda la cultura. Cultura sempre intesa in senso “museale” e retorico, e mai produttiva. Mai produttiva di risvolti economici e turistici. Con iniziative mai in campi centrali del dibattito e ricerca culturale e scientifica di cui si occupa il mondo.
Come dire: ancora una volta sembra che ci siano figli e figliastri. Questo al di là della qualità degli eventi che andrebbe anche commisurata sulle ricadute sulla città. Ma questo non sembra interessare la giunta Frontini. La linea sembra essere quella sgarbiana, che ha portato a Viterbo mostre che non sono state viste quasi da nessuno. Contenti loro, contenti solo loro. Come sempre. E non sembra esserci un limite all’isolamento dalla città a cui tende, ogni giorno di più, l’amministrazione Frontini. Hai voglia a fischiare Frontini & c., non ci sentono proprio. E, si badi bene, la delibera annuncia ulteriori finanziamenti per il festival, a scatola chiusa, parrebbe.












