Lettera al direttore - Viterbo – Giovanni Bartoletti interviene sulla scritta del liceo classico e sostiene che le tracce del fascismo debbano essere conservate come testimonianza della sua sconfitta - La replica di Carlo Galeotti
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 L’avvocato Giovanni Bartoletti |
Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – C’è un obelisco alto diciassette metri al Foro Italico. C’è scritto MVSSOLINI DVX dal 1932. Non lo hanno lasciato lì i nostalgici: lo hanno lasciato i governi usciti dalla Resistenza, fatti da uomini che il fascismo lo avevano combattuto con le armi in mano, non a mezzo di comunicati stampa. Loro non avevano paura di un blocco di marmo. I loro nipoti hanno paura di un pezzo d’intonaco a Viterbo.
Bene. Se il criterio è quello, applichiamolo. Fino in fondo.
Cancelliamo l’obelisco. Cancelliamo lo stadio dei Marmi. Cancelliamo la Casa del Fascio di Terragni, capolavoro del Novecento con una brutta parola nel nome. Togliamo i biliardini da tutti i bar d’Italia: si chiamano calcio balilla. Ribattezziamo la Fiat Balilla. Abbattiamo il Colosseo, dove per quattro secoli si è ammazzato per divertimento, cristiani compresi.
E alla fine avremo un Paese immacolato. Nessuna pietra, nessuna traccia, nessuna prova. Sarà bellissimo. Sarà pulito.
Perché il sinistroide paradosso è questo. Che cosa c’è di più antifascista di un edificio costruito per fabbricare obbedienza e diventato il liceo intitolato a Mariano Buratti, comandante partigiano, torturato a via Tasso, fucilato a Forte Bravetta, medaglia d’oro al valor militare? Quella facciata non è un’offesa a Buratti. È il suo trofeo.

Liceo classico Mariano Buratti – L’edificio il giorno dell’inaugurazione, il 5 maggio del 1937, alla presenza di Renato Ricci fondatore dell’Opera nazionale Balilla
Ed è qui che la sinistra incorre in un’aporia che la ferisce nel proprio fondamento simbolico. Espungere quell’iscrizione equivale a effigiare San Michele senza il drago: un arcangelo in posa oratoria, la spada levata nel vuoto, la vittoria degradata a mera attitudine estetica. Ma il drago non contamina l’arcangelo: lo qualifica. È il male sotto il tallone a rendere intelligibile il bene che lo calpesta. Rimosso l’avversario, non resta un’icona purificata, resta un santino.
Sulla filologia i critici hanno ragione: se la scritta è stata inventata, si tirino fuori saggi, rilievi e relazioni e si corregga. Il rigore non è di destra né di sinistra.
Giovanni Bartoletti
Egregio Bartoletti, partiamo da un punto: non ho mai sostenuto che le opere realizzate durante il ventennio debbano essere abbattute. Ho scritto esattamente il contrario, come dimostrano anche i miei articoli pubblicati su Tusciaweb.
Mi occupo da sempre di fascismo, stato di diritto, totalitarismi, libertà. Su questi temi ho pubblicato una decina di libri, in alcuni casi riproponendo materiali originali del periodo fascista: catechismi, decaloghi, libri scolastici, pagelle delle elementari e altri documenti utili a comprendere quel periodo storico.
In particolare, ho studiato l’educazione dei bambini durante il regime, dall’Opera nazionale Balilla alla Gioventù italiana del littorio, fino alla scuola elementare fascista. In questo piccolo settore sarà quindi difficile accusarmi di superficialità. E tanto meno di cancellare materiali storici. Al contrario, li ho rimessi in luce. In modo critico, ovviamente. Da giornalista, non da storico: non ne ho gli strumenti e il tempo.
Conservo ancora una lettera di Giulio Ricci, che poi ebbi modo di conoscere, nella quale mi ringraziava per la ricostruzione che avevo fatto in un libro della figura del padre Renato, fondatore dell’Opera nazionale Balilla. Un gerarca potentissimo, capo dell’organizzazione giovanile del regime, capace di suscitare qualche preoccupazione persino in Mussolini.

Il liceo classico Mariano Buratti con la scritta Gioventù italiana del Littorio
Nessuna cancellazione, dunque. Al contrario: conservazione, studio e lettura critica. Fin qui, mi pare, siamo più o meno d’accordo.
In questo caso, però, le questioni sono due.
La prima riguarda la scritta. Non sappiamo perché è stata ricreata. La soprintendente Margherita Eichberg ha annunciato che avrebbe fornito una risposta, ma una risposta esaustiva non è ancora arrivata. Aspettiamo fiduciosi.
La seconda è ancora più semplice. Qui non siamo davanti a un monumento, né a un elemento indispensabile dell’opera architettonica. Siamo davanti a un’insegna, a una scritta applicata sulla facciata, che non aggiunge nulla al valore dell’edificio. Una scritta sostanzialmente scomparsa, come le altre da me documentate. O perché cancellate nel dopoguerra o perché ricoperte da vernici.
Va detto che neppure i fascisti sembravano avere le idee molto chiare su che cosa scrivere sulla parte anteriore del palazzo. Nel 1937, all’inaugurazione alla presenza di Renato Ricci, sulla facciata non compare alcuna dicitura. In una fase successiva appare “Opera Balilla”. Poi viene collocata in rilievo la scritta “Gioventù italiana del littorio”. Infine, nel dopoguerra, l’iscrizione viene probabilmente scalpellata, tanto che nelle fotografie più recenti sotto la vernice si distingue ben poco.
Quella scritta, dunque, non era parte sostanziale dell’architettura. Era poco più di un’insegna, modificata nel tempo a seconda dell’organizzazione fascista che occupava l’edificio e delle trasformazioni istituzionali imposte dallo stesso regime.
Non è quindi una questione di purezza ideologica e nemmeno di paura delle pietre. È una questione di verità storica e di rispetto.
Qualcuno, per ideologia o per incompetenza, ha deciso di ricreare, ripittare una scritta, una delle diverse comparse, e di collocarla proprio sul liceo intitolato a Mariano Buratti. Altro che trofeo (idea, la sua, arguta da avvocato e non priva di attrattività paradossale): significa sputare in faccia a un uomo torturato a via Tasso e fucilato a Forte Bravetta per avere combattuto il fascismo.
Ed è proprio questo il punto che il paragone con l’obelisco del Foro Italico non riesce a cogliere. Sputare in faccia a un eroe, a un militare italiano, a un finanziere non mi sembra una cosa buona. E il clamore che la notizia sta avendo anche a livello nazionale ne è la prova.
Un’ultima cosa. Ce lo spiega John Stuart Mill: è scorretto fare la caricatura delle argomentazioni dell’avversario e poi criticarle. Troppo semplice, troppo facile. Lei da buon avvocato non può non comprenderlo. Meglio criticare posizioni reali dell’altro.
Carlo Galeotti
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