Monterosi – Asilo lager di Monterosi, colpo di scena della procura che, chiedendo l’assoluzione dell’imputata, ha fatto clamorosamente marcia indietro al processo alla preside Anna Grazia Pieragostini, accusata di maltrattamenti in concorso con la maestra Caterina Dezi, arrestata in classe il 6 marzo 2014, che ha patteggiato una pena di due anni.
Al posto del pm Fabrizio Tucci, titolare dell’inchiesta nel frattempo trasferito a Roma, è comparso per la prima volta davanti al giudice Silvia Mattei il procuratore Michele Adragna, appena giunto a Viterbo da Perugia, il quale ha chiesto a sorpresa l’assoluzione della dirigente, difesa da Luigi Sini e Antonio Stellato, “perché il fatto non costituisce reato”, non essendo secondo lui emersa prova del dolo da parte dell’imputata.
“La preside non doveva giocare a Sherlock Holmes, doveva solo fare il suo lavoro”, ha sottolineato dal canto suo l’avvocato Giovanni Labate, che assiste gli undici genitori che si sono costituiti parte civile, più volte invitati dal giudice alla calma durante l’interrogatorio della dirigente, la quale ha detto e ridetto di avere fatto tutto quanto in suo potere per verificare il comportamento della maestra.
Labate ha chiesto la condanna penale della Pieragostini e una provvisionale immediatamente esecutiva di cinquemila euro ciascuno ai familiari, per complessivi 55mila euro, oltre al risarcimento da quantificare in sede civile.
“Non fosse stato per la denuncia fatta dai genitori ai carabinieri, che hanno messo le telecamere e filmato i maltrattamenti, la maestra sarebbe ancora al suo posto”, ha detto Labate, definendo “raccappricciante” la frase detta dalla preside di fronte al quadro allarmante descritto da ben tredici familiari di scolaretti di tre anni, “ne va dell’immagine e del buon nome della scuola”, sconsigliando esposti in procura o denunce in caserma perché “rischiate la calunnia”.
“Non ha sentito memmeno l’esigenza di controllare cosa fosse successo due anni prima a Nepi, quando ha saputo che la maestra era stata allontanata. Non ha mai chiesto ai genitori di mettere nero su bianco le ripetute lamentele. Non cè un atto, una circolare, un documento, una segnalazione scritta all’ufficio disciplinare dell’ex provveditorato. Una sciatteria assoluta”, ha proseguito il legale.
Labate ha insistito sulle “macroscopiche negligenze” per cui la Dezi ha potuto continuare a perpretare la sua condotta fino all’arresto in flagranza dei carabinieri che attraverso le telecamere nascoste l’hanno vista in diretta mentre spingeva un bambino, facendolo andare a sbattere contro lo spigolo di un armadietto di metallo.
Ha parlato di “atteggiamento autoreferenziale” dell’imputata, “protezionismo”, “omertà”, “comportamento gravemente omissivo”.
“Le parti civili non sono assetate di vendetta, vogliono risposte, sapere se poteva essere evitato, lanciare l’allarme perchè non si verifichi più. La dirigente poteva e doveva intervenire in un altro modo. C’era il ‘parlato’ dei bambini, minori di tre anni di età che si coprivano le orecchie se qualcuno alzava anche per scherzo la voce, erano tornati a farsi la pipì addosso, non dormivano più da soli la notte, piangevano entrando a scuola, riferivano di urla, strattoni, spinte da parte della maestra Dezi”, ha proseguito l’avvocato dei genitori.
“La verità è che per la preside non andavano sollevati polveroni, scandali, non doveva arrivare alle orecchie della stampa, non si doveva risapere in giro. Invece la preside poteva e doveva segnalare: all’ufficio disciplinare, alla procura, ai carabinieri. Sarebbe bastato questo per interrompere l’attività criminale della maestra”, ha ribadito.
“Ma la dirigente Pieragostini ha fatto di peggio – ha proseguito – è andata a parlare con l’autrice degli abusi, l’ha convocata davanti alla fiduciaria per riferirle le lamentele, che la maestra ovviamente ha negato, rischiando di inquinare e depistare le indagini, violando l’obbligo di segnalare il sospetto di abusi su minori e il divieto assoluto di riferire fatti al presunto responsabile, accettando il rischio, il pericolo che i fatti riferiti dai genitori fossero veri, come erano veri, nonostante il suo ruolo di garanzia nei confronti delle piccole vittime”.
Eppure per la stessa accusa non c’è il dolo, la dirigente deve essere assolta. L’udienza cominciata in mattinata è proseguita fino al pomeriggio, concludendosi con la requisitoria del difensore Antonio Stellato, del foro di Roma, che ha più volte sottolineato il “ravvedimento” della procura nel chiedere il proscioglimento. Il processo riprenderà il 23 novembre con l’altro difensore, il presidente dell’orine degli avvocati di Viterbo, Luigi Sini. Quindi spazio alle repliche, se ci saranno, e nella stessa giornata è prevista la sentenza.
Silvana Cortignani
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