Viterbo – Maxiprocesso Asl agli sgoccioli, si parla del Gruppo RoRi e della casa di cura di Nepi facente capo alla famiglia Angelucci.
Non sono ancora finite le requisitorie delle difese a distanza di dieci mesi dall’udienza fiume del primo dicembre 2017, quando l’accusa ha chiesto la condanna a tre anni e mezzo per l’ex direttore generale Giuseppe Aloisio e a due anni per l’ex direttore dell’unità organizzativa acquisto e vendita prestazioni sanitarie Renato Leoncini.
Ieri è stata la volta della difesa del gruppo RoRi, dopo di che il collegio ha fissato le date di quelle che dovrebbero essere le ultime due udienze, il 30 novembre e il 7 gennaio 2019.
Dovrebbe dunque arrivare con la Befana la sentenza di primo grado del processo, nel frattempo falcidiato dalle prescrizioni, nato dalla maxinchiesta per corruzione, concussione, truffa e abuso d’ufficio iniziata nel 2009 e conclusa nel 2012.
I pm Tucci e D’Arma, dieci mesi fa, hanno chiesto per il gruppo RoRi la “non condanna per mancanza di colpa”. “Il Gruppo RoRi va assolto, perché gli Angelucci sono innocenti”, secondo la difesa.
La procura ha chiesto la condanna pecuniaria a 60mila euro mediante sequestro delle quote per una sola delle persone giuridiche coinvolte, la società di servizi informatici Italbyte di Viterbo che, secondo l’accusa, nel corso degli anni, in cambio di tangenti, avrebbe macinato appalti per milioni di euro.
In aula per il gruppo RoRi, la società che fa capo agli imprenditori della sanità privata Roberto e Fabio Angelucci (padre e figlio, il primo deceduto il 4 settembre 2017 a 77 anni), titolari del Cra di Nepi e della Nuova Clinica Santa Teresa sulla Tuscanese, l’avvocato del foro di Roma e docente dell’università “La Sapienza” Pasquale Bartolo, storico legale del celebre studio di Franco Coppi.
Di recente ha difeso Marco Prato, il trentenne morto suicida nel carcere di Velletri, dove si è tolto la vita la notte tra il 19 e il 20 giugno 2017, il giorno prima dell’inizio del suo processo per l’omicidio di Luca Varani, il 23enne torturato e ucciso in un appartamento al Collatino, tra il 3 e il 4 marzo 2016 per cui sta scontando una pena di 30 anni il complice Manuel Foffo.
Bartolo ha chiesto l’assoluzione della società, per la quale i pm Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci hanno chiesto la “non condanna per mancanza di colpa”.
L’imputazione è di truffa per la non appropriatezza dei ricoveri e l’inadeguatezza delle terapie praticate. presso la clinica di Nepi degli Angelucci, una casa di cura specializzata nella riabilitazione finita anch’essa nella bufera, una decina di anni fa, nell’ambito della maxinchiesta sulla corruzione alla Asl della procura.
“Nel corso del processo è emersa l’innocenza di Fabio e Roberto Angelucci, che erano accusati dei reati presupposti”, ha sottolineato il difensore.
“I carabinieri del Nas hanno ricostruito un certo quadro nell’ambito di un contesto difficilissimo di regime di autorizzazione-accreditamento, in cui tutti i pazienti per cui è stato chiesto il pagamento sono stati ricoverati e curati – ha proseguito – dove stanno gli artifizi e raggiri? Solo tanta confusione a monte, per via di una congerie di norme all’epoca poco chiare che dovevano regolare un settore allora nuovo come quello della riabilitazione. Semmai si può parlare di irregolarità amministrative trovate a posteriori. La truffa è impossibile”.
“I presunti reati presupposti sono insussistenti. Non solo il Cra di Nepi ha fatto quanto risulta nei documenti, ma lo ha fatto sotto il continuo controllo della Asl. La struttura ha sempre avuto le figure professionali richieste in base al numero dei pazienti, non ha percepito un profitto che non le spettava. Ha accolto, ricoverato e curato bene i pazienti. Per questo, anche se i pm hanno con grande onestà chiesto la non condanna per mancanza di colpa, io chiedo l’assoluzione della società RoRi, anche in caso di prescrizione”.
Come detto, si tornerà in aula venerdì 30 novembre e poi di nuovo il 7 gennaio, giorno immediatamente successivo alla fine delle festività di fine anno.
La maxinchiesta, andata avanti per anni, al centro di feroci campagne stampa, ha scosso non solo il mondo della sanità, ma anche quello della politica viterbese, fino ai piani più alti. Nel luglio 2009, dopo il clamoroso arresto dell’ex responsabile del Ced Ferdinando Selvaggini e di due imprenditori, si dimise lo stesso direttore generale Aloisio.
La voragine nel bilancio della Regione Lazio, con il blocco degli accreditamenti per mettere un freno al buco sanitario, ha fatto il resto, mettendo in crisi gli Angelucci proprio quando avevano deciso di investire milioni di euro a Viterbo nella Nuova Clinica Santa Teresa da 150 posti letto sulla Tuscanese. Stop non solo ai sogni di gloria per la neonata struttura, che avrebbe dovuto portare più salute e più posti di lavoro nella Tuscia, ma anche ai rimborsi fino a quel momento ottenuti grazie alle convenzioni Asl col Cra di Nepi.
La tensione toccò il culmine nel febbraio 2012, quando l’inchiesta si chiuse con un mare di indagati: in testa l’ex direttore generale della Asl viterbese Giuseppe Maria Aloisio; il suo “alter ego”, come lo hanno chiamato ieri i pm, ilconsulente strategico Mauro Paoloni; il “braccio destro” e dirigente del Ced Ferdinando Selvaggini. E poi ancora, gli imprenditori della sanità privata Roberto e Fabio Angelucci, padre e figlio; il direttore dell’unità organizzativa di acquisto e vendita Renato Leoncini; i fratelli Giampaolo e Francesco Marzetti, finiti nella bufera per il centro diurno falisco Aureart che faceva capo alla moglie di Paoloni.
Silvana Cortignani
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