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Lettere al direttore - Viterbo – Alessandro Vagnoni interviene sulla scritta “Casa del Balilla” riproposta sulla facciata del liceo Mariano Buratti e sottolinea l’incompatibilità tra il modello educativo fascista e la funzione democratica della scuola

“Il futuro di una scuola della repubblica non può essere scritto con le parole di una dittatura”

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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo sul caso della scritta Casal del Balilla sul liceo Buratti – Non riesco davvero a capire come si possa ridurre questa vicenda a una semplice questione di “rispetto storico” dell’edificio.

Non stiamo parlando del Foro Italico, di un’opera monumentale o di un edificio di riconosciuto valore storico-artistico realizzato durante il Ventennio. Stiamo parlando del liceo Mariano Buratti. Una scuola. Il luogo in cui ogni giorno si formano non soltanto studenti, ma coscienze e cittadini.

Quella è stata anche la mia scuola.

Vitorchiano - Alessandro Vagnoni

Vitorchiano – Alessandro Vagnoni


Tra quelle mura sono cresciuto grazie a insegnanti che mi hanno trasmesso il valore della cultura, del pensiero critico, del confronto e della libertà. È anche grazie a loro se oggi svolgo con orgoglio il mestiere di insegnante e se ho scelto di mettermi al servizio della mia comunità come amministratore. La sensibilità educativa, civica e sociale che porto con me è nata proprio lì, al Buratti.

Per questo non riesco a essere indifferente.

Penso ai docenti che ogni mattina dovrebbero entrare in quella scuola passando sotto una scritta che richiama un regime dittatoriale. Un regime che ha soppresso le libertà democratiche, perseguitato gli oppositori, negato i diritti fondamentali e trascinato l’Italia nella tragedia della guerra. Una tragedia che ha lasciato ferite profonde anche a Viterbo, città decorata con la Medaglia d’argento al valor civile per i devastanti bombardamenti del 1944.

Penso soprattutto agli studenti di oggi e di domani. A ragazze e ragazzi che si diplomeranno in un edificio sul quale verrebbe riproposta la scritta “Casa del Balilla”, simbolo di un’organizzazione nata per educare i giovani all’obbedienza, al culto del regime e all’addestramento paramilitare.

Ed è proprio questo il punto.

Il problema non è la conservazione della storia. Nessuno sostiene che la storia debba essere cancellata o dimenticata. Al contrario: la storia va studiata, analizzata, compresa, raccontata e contestualizzata. Va trasformata in conoscenza e consapevolezza.

Il problema è un altro.

Quella scritta non rappresenta soltanto una testimonianza del passato. Richiama un preciso modello educativo e un preciso progetto politico che la Repubblica italiana, nata dalla Resistenza e fondata sui valori della Costituzione, ha scelto di combattere e superare.

Oggi, nello stesso edificio, si svolge una funzione esattamente opposta: formare cittadini liberi, consapevoli, responsabili e capaci di pensare con la propria testa. È questa contraddizione a rendere il caso del Buratti profondamente diverso da quello di un monumento, di un palazzo storico o di un’opera architettonica.

La storia non si difende riproponendo acriticamente i suoi simboli. Si difende spiegandoli.

Ripristinare quella scritta sulla facciata di una scuola rischia invece di confondere il piano della memoria con quello dell’identità, proprio nel luogo in cui l’educazione dovrebbe aiutare i giovani a distinguere tra ciò che deve essere conosciuto e ciò che deve essere assunto come riferimento valoriale.

E il presente conta.

Per questo mi chiedo se questa debba essere davvero una priorità.

Le scuole italiane hanno bisogno di ben altro: edifici sicuri, laboratori moderni, biblioteche vive, spazi inclusivi, tecnologie adeguate, ambienti capaci di favorire l’apprendimento e il benessere di studenti e insegnanti. Investire nella scuola significa investire sul futuro del Paese, non riportare al centro del dibattito simboli che appartengono a una delle pagine più oscure della nostra storia.

Historia magistra vitae est, dicevano i latini.

Ma la storia è davvero maestra di vita soltanto quando diventa memoria consapevole e collettiva. Non basta conservarne le tracce; occorre comprenderne il significato, valutarne le conseguenze e trasformarla in un insegnamento per il presente.

Per questo una scuola ha il dovere di custodire la storia, ma anche di indicare con chiarezza i valori sui quali fonda la propria missione. E lo stesso vale, sul piano politico, per le istituzioni.

Non è un caso che si chiami liceo.

Viterbo - Il liceo Mariano Buratti

Viterbo – Il liceo Mariano Buratti


Il termine deriva dal Lykeion di Aristotele, luogo dedicato allo studio, al confronto e alla ricerca della verità attraverso il ragionamento. Da oltre duemila anni il liceo rappresenta uno spazio di conoscenza, di dubbio, di libertà intellettuale e di formazione della coscienza critica.

Per questo trovo profondamente sbagliato riproporre sulla sua facciata la scritta “Casa del Balilla”.

Perché il liceo e l’Opera nazionale balilla incarnano due idee di educazione radicalmente incompatibili: il primo forma cittadini liberi, la seconda era stata concepita per formare giovani sudditi obbedienti a un regime.

Il liceo Mariano Buratti, intitolato dal 1964 a un insegnante di Storia e Filosofia, partigiano, che sacrificò la propria vita per la libertà e la democrazia, deve continuare a rappresentare quei valori.

Perché una scuola della Repubblica non è soltanto un edificio.

È il luogo in cui una comunità decide quale idea di futuro affidare alle nuove generazioni.

E quel futuro non può essere scritto con le parole di una dittatura, ma con i principi della Costituzione e della democrazia.

Alessandro Vagnoni


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25 luglio, 2026

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