I pianificatori della rapina: Daniele Casertano, Domenico Palermo, Christian Lanari e Massimiliano Ciocia
Canino – Rapina da 200mila euro alle poste di Canino, al via il processo d’appello ai sei banditi su sette condannati lo scorso 5 novembre in primo grado a oltre 30 anni complessivi di reclusione con lo sconto di un terzo della pena del rito abbreviato e a una provvisionale alle Poste di 40mila euro.
Ieri è stata presentata un’istanza di concordato in appello che prevede una riforma della sentenza di primo grado con una condanna “uguale per tutti” alla pena di 3 anni e 4 mesi di reclusione.
Sull’istanza si deciderà il prossimo 6 luglio e qualora venisse accolta lo sconto di pena per i singoli imputati varierebbe, a seconda delle posizioni, da un minimo di otto mesi per Gallo e Lanari, che avevano avuto le condanne più basse, a un anno e 4 mesi per Ciocia, a un anno e 8 mesi per Carloni Modesti, a un massimo di due anni e 4 mesi per Palermo e Casertano.
Canino – L’ufficio postale di viale Giuseppe Garibaldi
Per il colpo messo a segno il 28 novembre 2021, il direttore Massimiliano Ciocia è stato condannato in primo grado a 4 anni e 8 mesi. I tre complici-pianificatori Daniele Casertano a 5 anni e 8 mesi, Domenico Palermo a 5 anni e 8 mesi e Christian Lanari a 4 anni. Il “rapinatore solitario” Riccardo Carloni Modesti a 5 anni e il palo Roberto Gallo a 4 anni. In attesa di giudizio Bruno Laezza, l’altro palo, l’unico imputato che ha scelto l’ordinario, il cui processo è in corso davanti al collegio del tribunale di Viterbo.
Non era in aula, davanti ai magistrati della corte d’appello di Roma, Massimiliano Ciocia, il direttore dell’ufficio di viale Garibaldi, il cui ruolo di artefice e mandante della rapina è stato “valorizzato” durante l’udienza nella quale si è discussa l’istanza di concordato alla pena uguale per tutti di 3 anni e 4 mesi di reclusione, con l’assorbimento del reato di tentata estorsione in quello di rapina.
“E’ stato lo tesso procuratore generale a valutare l’opportunità di concordare per i sei imputati la stessa pena, proponendo 3 anni e 4 mesi di reclusione, che tutti, compresa la difesa di Ciocia, hanno accettato”, spiega l’avvocato Samuele De Santis, che assiste Christian Lanari.
Il difensore Samuele De Santis
“Il presidente di sezione, a sua volta, ha voluto fare una valutazione generale prima di decidere o meno sull’istanza di concordato. Il procuratore generale ha allora sottolineato come non si capisca il motivo per cui il Ciocia debba avere avuto una pena inferiore, visto che dalle carte ci si rende conto che è il reale organizzatore, mandante e artefice della rapina. E non è perché è incensurato che debba avere una pena inferiore”, prosegue il difensore di Lanari.
“E’ stata quindi fatta una valutazione giuridica, la stessa già fatta da questa difesa in primo grado ovvero di sussunzione del reato di tentata estorsione e del reato di rapina, perché effettivamente poi si parlava di una violenza perpetrata all’interno del gruppo di concorrenti ai fini della spartizione del denaro, quindi con questo, partendo dall’assorbimento nel reato di rapina della tentata estorsione, è stato proposto un concordato di 3 anni e 4 mesi per tutti”.
Due i motivi di soddisfazione espressi dall’avvocato De Santis. “Questa difesa è assolutamente contenta anzitutto perché fin dal primo grado abbiamo ipotizzato un assorbimento del rearto di tentata estorsione nel reato di rapina, tesi sposata dalla procura generale e sembrerebbe anche la corte d’appello, visto che il presidente, parlando, ha dato conto e credito a questa ipotesi”.
“Secondo motivo di soddisfazione è che siamo stati noi, insieme anche agli altri in questo caso, a individuare il direttore come il reale artefice di questa rapina dall’inizio, aggravando assolutamente la posizione del Ciocia, perché secondo noi è lui il reale artefice della rapina e adava punito come doveva essere punito. secondo noi, anche perché si è preso parte del provento”.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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