Viterbo - Processo Asl - Moscaroli racconta - L'imprenditore ascoltato per due ore in tribunale
di Stefania Moretti
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 Alfredo Moscaroli |
Viterbo – 30mila euro di finanziamenti al partito. 10mila all’anno.
Alfredo Moscaroli, ex patron dell’azienda informatica Isa, racconta al processo asl di averli versati tra 2006, 2007 e 2009, con la sola esclusione del 2008, tramite un bonifico al cassiere Ciorba.
Il partito. Ma quale partito? Moscaroli non ricorda. “La Margherita o il Pd”, spiega davanti ai giudici, imputato per corruzione e turbativa d’asta a sette anni dal suo arresto. “A propormelo fu Mauro Paoloni – dice Moscaroli -. Era il 2006: il direttore generale della asl Giuseppe Aloisio si era insediato da un anno. L’aria era pesante. Di terrore quasi: più di un dirigente fu sostituito dall’oggi al domani. Paoloni era il suo braccio destro, una specie di vicedirettore. Andai a parlare con lui per questioni tecniche. Poi, dal nulla, mi disse che ‘il partito avrebbe gradito un riconoscimento’. E io ho dato 10mila euro. Per tre volte”. Sono gli “appoggi e finanziamenti al partito di riferimento di Aloisio” di cui i pm Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci scrivono nell’avviso di fine inchiesta, relativamente ai presunti appalti truccati alla Isa.
Prima di Moscaroli, pochi minuti dedicati a Luciano Facchini, imputato per un altro appalto e per l’incarico a Paoloni nel cda dell’azienda che lo vinse. “Ci serviva un consigliere e Paoloni aveva tutti i requisiti”. Nessun problema né di ‘conflitti di interessi’ né di ‘questioni di opportunità’, per Facchini. Ma chi parla più a lungo è Moscaroli.
L’imprenditore era già stato ascoltato per tre udienze di fila al processo parallelo per le tangenti a ex dirigenti delle asl di Rieti e Roma H. Moscaroli riavvolge il nastro fino agli anni Novanta, agli albori della sua collaborazione con la asl, che all’epoca si chiamava ancora usl. Per l’azienda era come spiccare il volo. Un salto di qualità dai privati alla pubblica amministrazione, ma non andò come Moscaroli sperava. In aula fa i nomi degli ex dg che gli chiesero soldi. Milioni. Dalla seconda metà degli anni Novanta, le richieste in quello che Moscaroli definisce “sistema” vengono da Ferdinando Selvaggini, ex responsabile del centro elaborazione dati della Asl. “Mi disse che era stanco di far prendere i soldi agli altri e che la musica sarebbe cambiata: da quel momento in poi chi voleva lavorare doveva passare per lui o sul suo cadavere”. E così, 2mila euro al mese a Selvaggini con una riserva di fondi neri. Ma con i soli fondi neri, Moscaroli non ce la fa. La soluzione è trasformare la Isa in un ufficio di collocamento. Suo malgrado: “Assunsi la moglie di Selvaggini per lavori di grafica. Da imprenditore, l’unica possibilità che avevo era trasformare quella situazione in una qualche forma di investimento per l’azienda”.
Anni dopo, la Isa assume anche la moglie di Massimo Ceccarelli, accusato di aver spartito tangenti con Selvaggini, e il nipote di Luciano Mingiacchi, ex numero uno della asl di Roma H. Ceccarelli ha patteggiato due anni, arrestato due volte con mazzette in mano. Mingiacchi ha una condanna in primo grado a quattro anni per corruzione: altre tangenti, nel filone romano-reatino della maxinchiesta asl (le convenzioni con le aziende sanitarie di Rieti e Roma H).
Moscaroli paga tutti e di tutti ricorda il prezzo. Selvaggini e signora (“sui 4mila euro al mese complessivi”). Ceccarelli e signora (“60mila euro in un anno fatturati, per i 30mila euro chiesti da Ceccarelli e Selvaggini”). Mingiacchi e nipote (“5mila euro ciascuno al mese”). “In molti casi ci rimettevo, ma non avevo scelta: pagavo per avere la garanzia che non mi sarebbero stati messi i bastoni tra le ruote. Il vero guadagno della Isa non veniva dalla asl, ma dai rapporti con Regione, privati e enti pubblici ‘sani’, che non chiedevano tangenti”.
Sullo sfondo c’è sempre la politica. Vale per Mingiacchi (“non era uno sconosciuto, era molto legato alla politica, faceva spesso cene elettorali…”), come per Selvaggini. “Non un funzionario qualunque – secondo Moscaroli -, ma uno che per la politica contava. Era l’unico che maneggiava informazioni utili: disponeva di centinaia di indirizzi che potevano servire per mandare i ‘santini’ elettorali, come delle password di tutti gli applicativi. In pratica aveva le chiavi del sistema”.
Stefania Moretti
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