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Cultura - Un ricordo di Guccini, compagno di una vita e testimone del secolo andato

Caro Francesco ci si vede in Mondo 3 tra una poesia e un lazzo libertario…

di Carlo Galeotti
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Viterbo – Quando muore un gigante, un gigante che ha segnato le nostre vite, si rimane senza parole per il dolore. Guccini è stato un gigante intellettualmente e pure fisicamente. Oggi che non c’è più si sente ancora di più quanto sia stata grande la sua presenza nelle nostre vite, nella mia vita.

L’ultima volta che lo vidi e ci parlai fu a pranzo in occasione di Caffeina nel 2015. Quando anche Viterbo era grande e c’era un grande vero festival che dava queste occasioni. Guccini già stava molto male. Era stanco. Per fare 100 metri dovemmo allestire un’auto per portarlo nella sua camera a riposare.

Francesco Guccini

Francesco Guccini


Per discrezione col nostro fratello maggiore, non si parlò del suo star male.

Quel giorno fummo per l’ultima volta compagni, come si diceva una volta, nel senso più alto della parola, perché quel giorno spezzammo il pane insieme. Compagno, chi mangia il pane con un altro, spiegava il mio prete don Franco Magalotti. Era questa l’etimologia di questa nobile parola.

Quel giorno il compagno poeta Guccini era stanco e ci fece tenerezza.

Francesco Guccini con Fabrizio De André

Francesco Guccini con Fabrizio De André


Oggi, alla notizia della morte dell’autore della Locomotiva e di Dio è morto, il Novecento ci è passato davanti con le parole delle sue canzoni. Con l’arguzia del suo dire. Con la potenza delle sue sintesi a volte folgoranti.

Carissimo Francesco, spero che esista un paradiso anche nel mondo dominato dal Dio di Spinoza, anche se ci credo poco, e che ci si possa rivedere lì. Altrimenti ci si vede nel Mondo 3 di Popper, tra una poesia, una tua canzone e un lazzo anarchico e libertario.

Grazie di tutto, Francesco. Grazie per il tuo essere sempre da un’altra parte. Per essere stato un compagno di una vita.

Per ricordare il maestro penso sia bello riproporre un vecchio articolo scritto in occasione di Caffeina del 2014.

Carlo Galeotti


 – “Piccola città, bastardo posto, appena nato ti compresi o fu il fato che in tre mesi mi spinse via…”. Era il 1972 o giù di lì e quasi per caso incontrai Francesco Guccini, le sue canzoni e la sua musica, che poi mi restarono amiche per tutta la vita.

Lo incontrai non di persona ovviamente. Io ero appena quattordicenne e vivevo alle case popolari del Pilastro a Viterbo. Lo incontrai prima attraverso le parole di un amico, che chissà come lo aveva ascoltato, e poi tramite una fotografia virata seppia di una strana famiglia ottocentesca. “Deve essere la famiglia di Guccini”, mi  dicevo mentre guardavo la copertina della cassetta audio che era esposta in un negozio di libri di seconda mano e anch’essa usata. Quell’immagine è poi rimasta per sempre per me l’immagine di Guccini.

Poteva fare quel che voleva a Bologna e zone limitrofe, ma per me, lì al Pilastro, Guccini era la copertina di Radici su una cassetta di quelle da inserire nel mangianastri. Mangianastri di nome e di fatto. Chi non ricorda una cassetta rovinata dalla terribile macchinetta?

Per comprare quella cassetta audio usata, come era consuetudine a quei tempi, andammo a scaricare balle di carta pesantissime per ore. Con i soldi guadagnati giù a comprare ‘sto Guccini e poi dentro alla Simca 1000 a sentire con gli amici di cosa si trattava. E va detto che l’impressione fu notevole. Quelle canzoni per noi erano incredibili. Piccola città sembrava il nostro ritratto. La piccola città per noi era ovviamente Viterbo, che ci sembrava veramente bastarda e senza vie di uscita. E poi l’emozione del primo ascolto della Locomotiva. La canzone di una intera generazione. La mesta, dolce e piacevole melanconia di Incontro o della Bambina portoghese.

Francesco Guccini al San Leonardo

Francesco Guccini al San Leonardo


Quel verso della Canzone dei dodici mesi: “…Ma nei tuoi giorni dei profeti detti nasce Cristo la tigre…”. A noi, che al catechismo avevamo intuito che quell’uomo di cui ci parlava malamente il prete era qualcosa di diverso, quel verso ci apparve come un disvelamento. Era il Cristo di Pierpaolo Pasolini e non quello lezioso e falso di Zeffirelli. Certo non mancava la retorica in quell’album. Ma c’è retorica e retorica. E quella retorica, certo manierismo, a noi piaceva e molto. Punto. Cazzi nostri. Alla faccia dei Bertocelli e dei preti, avrebbe detto più o meno lo stesso Guccini qualche anno dopo.

Questo fu il primo incontro indelebile con Francesco. E da subito, come capita negli amori a prima vista, decidemmo che avremmo acquistato tutto il pacchetto: Guccini, le sue fisime, le sue manie, le sue canzoni, la sua musica… E non sbagliammo. Scoprimmo poi che era proprio ‘sto Guccini l’autore addirittura di Dio è morto cantata dai Nomadi. Ancora una canzone generazionale piena di bellissima retorica che ci toccava dentro.

Qualche anno dopo, non ricordo la data, venne il grande giorno: Guccini in concerto a Viterbo. Allo stadio comunale. E l’evento fu veramente un evento.

Guccini era sul suo palco, più o meno al centro dello stadio. Noi eravamo a qualche miglio di distanza sugli spalti dietro una rete alta un paio di metri. Guccini, bottiglione di vino a portata di mano, accenna qualche nota e poi inizia a dire furbetto: “Ma ci siete? Vi vedo un po’ distanti! Siete lì?”. Insomma, dai e dai, qualcuno inizia ad aggrapparsi alla rete che ci teneva distanti da Guccini. Dopo un po’ sfondammo la rete, entrammo in campo e andammo a sederci sull’erbetta tagliata, sotto il palco, a pochi metri da Francesco. Fu una magia il concerto, come sempre accade con Guccini, un pezzo della nostra vita con tanto di piccola liberazione.

Fu questo il secondo incontro con Guccini.

Francesco Guccini al San Leonardo

Francesco Guccini al San Leonardo


Poi lungo gli anni, le sue canzoni hanno interagito con me come credo anche con intere generazioni. Lui scrive: “E’ in gamba sai, legge Edgar Lee Masters…”. E noi lì, ignoranti come le capre di montagna, a cercare nelle enciclopedie, internet non c’era, a vedere di capire chi era. E poi veramente abbiamo comprato l’Antologia di Spoon River e l’abbiamo letta. Bellissima. Antologia di Spoon River che poi De André mise in musica in quello che credo sia il primo album concept italiano. In un’altra canzone parla di “cosmogonie” e noi subito a vedere di che diavolo si trattava. Non ero ancora laureato in filosofia teoretica e forse quel sovrappiù di ignoranza era giustificato.

Insomma, una vita passata con questo amabile rompicoglioni di Modena. Ma era il nostro rompicoglioni e guai a chi lo toccava. Quando se ne venne fuori con l’Avvelenata, fummo tentati di partire e cercare il povero Bertoncelli per dirgliene quattro.

Poi quasi ci incontrammo veramente a Varese, dove era di casa il suo chitarrista, Flaco Biondini. Guccini venne a presentare uno suo libro, io partivo per Viterbo e non lo vidi in realtà, ma pregai gli amici di farmi firmare una copia del libro per mio figlio. Non so per quale stranezza della vita, in quel tempo mio figlio aveva come cantautore preferito proprio tal Francesco Guccini. Quando si dice l’incomunicabilità tra padre e figlio. I vizi intellettuali passano senza averci neppure messo mano.

L’ultima volta che ho visto Guccini è stato a un suo concerto al palazzetto dello Sport, sempre a Viterbo, con mio figlio che conosceva tutta la produzione e io che arrancavo su quella più recente.

Ora che dirti caro Francesco… Grazie per le infinite ore passate insieme, quando lavoro le tue canzoni risuonano dal mio computer. Per stare più tranquillo mi sono anche comprato l’opera omnia rieditata dal Corriere. Ci si vede a Caffeina e magari, se ne hai voglia, all’Ammazza caffè – Dopofestival curato da Tusciaweb. Fai finta che sia un’osteria di fuori porta…

Carlo Galeotti


Per chi non conosce Riccardo Bertoncelli che ancora oggi viene più o meno insultato su Youtube per aver criticato Guccini – Incredibile!


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7 agosto, 2026

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