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Omicidio Rizzello - Ricostruita la vita dura e disgraziata dell'imputato - I periti e consulenti: Non è pazzo

De Vito tentò di impiccarsi in carcere

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L'imputato Giorgio De Vito

L’imputato Giorgio De Vito

L'avvocato di De Vito Enrico Valentini

L’avvocato di De Vito Enrico Valentini

Gli avvocati di parte civile Stefania Sensini e Fabrizio Ballarini

Gli avvocati di parte civile Stefania Sensini e Fabrizio Ballarini

Gli avvocati di parte civile Antonio Rizzello e Maria Cristina Rosa

Gli avvocati di parte civile Antonio Rizzello e Maria Cristina Rosa

Il pm Renzo Petroselli

Il pm Renzo Petroselli

I giudici Maurizio Pacioni ed Eugenio Turco

I giudici Maurizio Pacioni ed Eugenio Turco

Il perito della Corte Maurizio Marasco

Il perito della Corte Maurizio Marasco

I consulenti di parte Cristiana Morera e Giovanni Battista Traverso

I consulenti di parte Cristiana Morera e Giovanni Battista Traverso

Il medico legale Mario Gabrielli

Il medico legale Mario Gabrielli

Il medico legale Sergio Funicello

Il medico legale Sergio Funicello

La madre di Marcella Rizzello, Lucia Prastaro

La madre di Marcella Rizzello, Lucia Prastaro

– Una vita dura. Fatta di disgrazie e abbandoni che lo hanno reso scostante e impulsivo. Ma non malato di mente.

E’ un intero pool di psichiatri a dichiararlo. Su Giorgio De Vito, unico imputato al processo per l’omicidio Rizzello, il destino si è indubbiamente accanito. Ma non al punto da renderlo incapace di intendere e di volere.

Il suo passato è stato ripercorso, ieri mattina in aula, dalla madre adottiva. La prima a essere sentita dai giudici della Corte d’Assise. “Mio marito lo trovò a Napoli, in mezzo alla strada – spiega la donna -. Aveva solo due anni. La madre non ne voleva sapere di prenderlo con lei. Così mi sono offerta io di adottarlo. E da allora è rimasto con me”.

De Vito nasce dal rapporto incestuoso tra la madre e il nonno. Il primo abbandono è a due anni. Il secondo, non molto tempo dopo, quando il padre adottivo se ne va di casa.

Il bambino soffre di una particolare forma di sordità quasi totale, l’ipoacusia bilaterale. Da qui, i suoi gravi problemi a esprimersi e a relazionarsi con gli altri. I coetanei lo prendono in giro. E la situazione peggiora di anno in anno, toccando l’apice in prima media. “Un giorno, alcuni ragazzi lo portarono in un bagno, lo spogliarono e abusarono di lui – racconta, in aula, la madre adottiva -. Non è più voluto andare a scuola. La licenza media l’ha presa a vent’anni, facendo le scuole serali”.

Che era stato adottato lo viene a sapere a diciott’anni. Nervosismo e sbalzi d’umore aumentano. De Vito piange e si chiude in casa. Poi lascia Napoli e trova accoglienza in un istituto per qualche mese. Infine si trasferisce a Civita Castellana, in un appartamento di proprietà della madre adottiva.

Nel frattempo, viene scartato dal servizio militare perché “troppo emotivo” e ha un paio di storie importanti: quella con una certa Lucia, madre di suo figlio, e quella con Mariola Henrycka Michta, conosciuta sei anni fa e dalla quale ha avuto una bambina nel 2007. A occuparsi di lei, saranno solo De Vito e la madre adottiva. La Michta se ne disinteressa completamente.

Quando entrambi vengono arrestati per l’omicidio Rizzello, De Vito ha un tracollo. Si dice innocente, scarica la colpa sulla Michta e tenta di impiccarsi in carcere. Ma per il perito della Corte Maurizio Marasco e i consulenti di parte Cristiana Morera e Giovanni Battista Traverso che hanno sottoposto l’imputato a perizia psichiatrica, è sano. Ha un buon aggancio con la realtà. Non delira. Non ha allucinazioni.

Non ragiona in modo sconnesso e non ha bisogno di un eccessivo dosaggio di farmaci. Uccide Marcella Rizzello in modo efferato e crudele. “Ma la crudeltà non è sinonimo di malattia mentale”, conclude Marasco dopo aver illustrato per più di due ore i risultati della sua perizia.

Dopo di lui, tocca ai periti autoptici Mario Gabrielli e Sergio Funicello. Il primo ha eseguito l’autopsia sulla vittima. Il secondo l’esame esterno del cadavere. Spetta a loro “leggere” le ferite sul corpo di Marcella e cercare di fare ipotesi su cosa sia potuto accadere la mattina del 3 febbraio nella villetta di via dei Latini, dove la donna è stata uccisa sotto gli occhi della figlia.

La loro ricostruzione diverge in alcuni punti, ma sul cuore della dinamica i due concordano: le coltellate a Marcella sono trenta. Quelle a braccia e mani indicano che la donna ha cercato, come poteva, di coprirsi e di difendersi. Poi quella su un fianco, all’altezza del polmone. E infine le due letali sul collo, sferrate con violenza dall’alto verso il basso. Marcella muore intorno alle 13 del 3 febbraio. La madre Lucia Prastaro non riesce ad ascoltare i periti fino alla fine. Se ne va a metà deposizione, pallida e sconvolta.

La prossima udienza è fissata per il 18 novembre.


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22 ottobre, 2011

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