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Delitto Rizzello - Le motivazioni della sentenza dei giudici d'appello

Trenta coltellate, ma non fu un omicidio crudele

di Stefania Moretti
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Marcella Rizzello

Marcella Rizzello

L'imputato Giorgio De Vito

Giorgio De Vito

L'avvocato di De Vito Enrico Valentini

L’avvocato di De Vito Enrico Valentini

I genitori della vittima

I genitori della vittima

Francesco Vincenzi, il compagno della vittima

Francesco Vincenzi, il compagno di Marcella

Le parti civili

Le parti civili

L’ha uccisa con trenta coltellate sotto gli occhi della figlia. Ma, per i giudici, l’assassino non è stato crudele. 

Lo ha deciso la Corte d’Assise d’appello di Roma che, nel processo per l’omicidio di Civita Castellana, ha riformato la prima sentenza: 17 anni a Giorgio De Vito contro l’ergastolo inflitto a Viterbo in primo grado.

Per i giudici, manca l’aggravante della crudeltà. E in dieci pagine di motivazioni della sentenza spiegano perché.

“Le modalità della condotta esecutiva di un delitto – scrivono il presidente Luca e il giudice a latere Ruocco – devono rendere evidente la volontà di infliggere alla vittima un patimento ulteriore rispetto al mezzo che sarebbe sufficiente a eseguire il reato… La mera reiterazione di colpi inferti alla vittima non è condotta rilevante ai fini della configurazione dell’aggravante”.

In poche parole, la crudeltà non si desume “dalla pluralità delle coltellate” che, semmai, indica “la concitazione legata al dolo d’impeto”, “finalizzata a vincere la resistenza della vittima”. Una visione in netto contrasto con i giudici viterbesi, che parlavano di “inaudita furia omicida” ed “evidente divario di forze” tra Giorgio De Vito e Marcella Rizzello.

Lei, trent’anni, di Civita Castellana, giocava sul letto in pigiama con la figlia di tredici mesi quando l’omicida è entrato in casa. Ventotto coltellate in tutto il corpo, più altre due mortali alla gola. E poi la bottiglia infilata tra le gambe, dopo averle abbassato i pantaloni. Particolare, anche questo, che per i giudici di secondo grado denota più “l’insensibilità dell’imputato” che non un atteggiamento crudele.

L’ulteriore sconto per De Vito è dovuto alle attenuanti generiche e a quella per il rito abbreviato. La richiesta dell’avvocato Enrico Valentini di processare il 38enne napoletano con l’abbreviato condizionato alla perizia psichiatrica fu rigettata in tronco dalla Corte d’Assise viterbese. “La stessa Corte – sottolineano le motivazioni della sentenza d’appello – aveva però disposto la perizia psichiatrica”, che aveva avuto un peso non trascurabile sulla decisione finale.

Da qui, l’ulteriore riduzione della pena, fino a 17 anni. Un verdetto che le parti civili – padre, madre, fratello, compagno e figlia di Marcella – hanno contestato dal primo momento e che la procura generale impugnerà in Cassazione.

Quanto alla difesa, la riforma della sentenza è già una parziale vittoria. Ma non basta. Per l’avvocato Valentini, restano i dubbi sulla capacità di intendere e di volere di De Vito. E soprattutto, c’è il nodo Michta da sciogliere. La polacca, all’epoca compagna di De Vito, dichiarò dal primo momento di essere entrata nella villetta insieme al suo ex. Poi ritrattò e fu assolta. In tribunale si è sempre avvalsa della facoltà di non rispondere. Valentini, adesso, vuole che parli.

Stefania Moretti


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18 settembre, 2013

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