![]() L'imputato Giorgio De Vito |
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![]() I giudici Maurizio Pacioni ed Eugenio Turco |
![]() Il pm Renzo Petroselli |
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– Occhi bassi e smarriti. La mano sinistra spesso appoggiata all’orecchio. Come per cercare di capire qualcosa, in quella massa indistinta di parole che la sua sordità gli fa sfuggire.
Sembra perso nel suo mondo, Giorgio De Vito. L’uomo accusato di aver ucciso Marcella Rizzello se ne sta seduto in un angolo. Lontano anni luce persino dai suoi avvocati che, pure, sono lì accanto. E’ lui che è distante.
L’impressione è che sia fuori persino dall’aula della Corte d’Assise in cui, ieri mattina, è iniziato il processo a suo carico per rapina e omicidio aggravato dalla crudeltà: trentadue coltellate in tutto il corpo a Marcella Rizzello, uccisa davanti alla figlia di pochi mesi.
Stretto nel suo completo blu, il 35enne napoletano ha seguito l’intera seduta senza fiatare. Una calma serafica che contrasta con la foga con cui un mese fa, in piena udienza, si è scagliato contro il pm Petroselli, dandogli del bugiardo. Ma questa è un’altra storia: quella dell’altro processo che vede De Vito alla sbarra per tentato omicidio e per il quale Petroselli, appena due giorni fa, ha chiesto una condanna a dodici anni.
“Vedi, anche il pm ci dà ragione!”, ha commentato De Vito con un entusiasmo fuori luogo, che ha fornito al suo avvocato Enrico Valentini lo spunto per chiedere il rito abbreviato condizionato alla perizia psichiatrica.
“Le sue dichiarazioni sono farneticanti – ha spiegato Valentini ieri mattina, in aula -. I suoi atteggiamenti poco lineari. Il suo vissuto drammatico: quello di un uomo completamente solo. Abbandonato a due anni dalla madre e affidato al primo che capitava: un fioraio che lo ha tenuto con sé per qualche tempo, per poi abbandonarlo di nuovo”.
Una storia che, dall’altra parte dell’aula, dove sedevano i parenti di Marcella, non ha mosso a compassione nessuno. Madre, padre e compagno della vittima sono rimasti impassibili. Pieni del loro dolore composto e totalizzante per Marcella.
I legali di parte civile si sono opposti all’acquisizione del diario clinico di De Vito, connessa alla richiesta di abbreviato condizionato.
Nel documento sono annotati i risultati delle visite mediche cui il detenuto è stato sottoposto, in carcere. Comprese le prescrizioni di ansiolitici che, per la parte civile, non sono affatto una spia dell’infermità mentale di De Vito. “Il 60 per cento dei detenuti ricorre agli psicofarmaci in carcere. Ed è comprensibile: non è un albergo…”, ha precisato l’avvocato Fabrizio Ballarini, che assiste il compagno di Marcella. Senza contare i limiti di tempo e procedurali che le parti civili hanno sottolineato: “La difesa doveva depositare prima quella documentazione”, hanno ribattuto tutti e quattro i legali. “Non sono stato autorizzato dal pm”, ha insistito Valentini.
Sull’inopportunità di un esame psichiatrico dell’imputato, ha rincarato la dose il sostituto procuratore: “Non ci sono elementi che provino una qualche patologia di De Vito. E poi che c’entra la sua infanzia difficile?”.
Il compromesso trovato dai giudici della Corte, alla fine, ha soddisfatto tutti: sì alla perizia psichiatrica ma senza rito abbreviato. Ciò significa che la prospettiva dell’ergastolo non si allontana. In caso di condanna, De Vito non avrà nessuno sconto di pena.
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