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Civita Castellana - Ultimo grado di giudizio per l'imputato Giorgio De Vito, accusato di aver ucciso la giovane mamma con trenta coltellate

Omicidio Rizzello, parola alla Cassazione

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Marcella Rizzello

Marcella Rizzello

L'imputato Giorgio De Vito

L’imputato Giorgio De Vito

Mariola Michta

Mariola Michta

L'avvocato della difesa Enrico Valentini

L’avvocato di De Vito Enrico Valentini

L'avvocato Stefania Sensini

L’avvocato Stefania Sensini, tra i legali di parte civile

Civita Castellana – Ore contate per la Cassazione.

L’omicidio di Marcella Rizzello, uccisa con trenta coltellate davanti alla figlia, arriva oggi davanti alla Suprema Corte. E’ l’ultimo atto del lungo processo a Giorgio De Vito, quarant’anni, napoletano, che sicuramente si trovava sulla scena del delitto il 3 febbraio 2010, quando la 30enne di Civita Castellana veniva barbaramente massacrata in casa sua. Testimone, la sua bimba di 13 mesi, che ha visto tutto: dalla lotta con l’assassino, in cui Marcella si è difesa come una leonessa, alla coltellate a caso in tutto il corpo, fino a quelle letali alla gola.

Al ritorno, il padre le ha trovate in camera da letto. Marcella morta, a terra. La bambina viva, sul letto, che piangeva spaventata e sporca di sangue.

In primo grado De Vito ha preso l’ergastolo. Pena sensibilmente alleggerita in appello a 17 anni di reclusione. Uno sconto reso possibile dal riconoscimento delle attenuanti generiche e del rito abbreviato e dalla mancata applicazione dell’aggravante della crudeltà.

Rintracciare l’omicida fu tutt’altro che semplice. I carabinieri incrociarono migliaia di profili biologici con le tracce trovate sulla scena del delitto. Migliaia di prelievi di dna e, tra i tantissimi, quello di De Vito, scovato anche per una fortunata coincidenza: tre mesi dopo l’omicidio, il 40enne napoletano aggredì a sciabolate il suo rivale in amore. A quel punto, fu arrestato e sottoposto ad accurate indagini da parte dei militari che scoprirono essere sua la firma genetica lasciata nella villetta.

Con De Vito, finì in carcere anche Mariola Michta, polacca poco più che trentenne, all’epoca sua compagna. Si fece arrestare e confermò di essere stata in casa Rizzello, costretta da De Vito. Fornì persino agli inquirenti una descrizione di quanto successo nei concitati attimi dell’omicidio. Salvo poi scoprire, a processo De Vito ormai avanzato, e dopo una condanna a diciott’anni (cancellata dall’assoluzione in appello), che aveva un alibi di ferro che non aveva mai voluto usare: il giorno della tragedia era a Roma in ospedale.

Per la difesa di De Vito, il ruolo di Michta nella vicenda – e il suo ipotetico tentativo di coprire un’eventuale terza persona – resta una delle più grandi incognite del processo. “Perché ha confessato, se quel giorno non era lì? – si chiede ancora l’avvocato di De Vito Enrico Valentini -. Noi chiediamo l’acquisizione di altre prove, non raggiunte finora al processo: una deposizione di Mariola Michta e una nuova perizia psichiatrica su De Vito”. Prove che, eventualmente, andrebbero raccolte in un nuovo processo d’appello, qualora la Cassazione annullasse con rinvio. Ma potrebbe anche annullare senza rinvio, cioè dichiarare nullo il processo e rimettere De Vito in libertà (l’opzione meno probabile). Oppure confermare la sentenza d’appello. I legali di parte civile lo sperano.

“Possiamo solo augurarci che venga mantenuto l’impianto accusatorio del processo di secondo grado”, afferma Stefania Sensini, legale di parte civile per la bimba di Marcella Rizzello. Insieme a lei, a rappresentare la famiglia Rizzello, ci sono gli avvocati Fabrizio Ballarini (per il compagno di Marcella), Antonio Rizzello (per il padre e il fratello), Maria Cristina Rosa (per la madre). “La pena massima per De Vito sarà 17 anni, considerando che la procura generale non ha impugnato la sentenza d’appello. La difesa ha puntato molto sull’esame di ulteriori tracce non considerate che, secondo noi, non spostano la sostanza di una virgola”.

 

 


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27 gennaio, 2015

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