– Non devono esserci altre Marcella Rizzello massacrate da altri Giorgio De Vito (fotocronaca).
E’ un appello corale quello delle parti civili al processo per l’omicidio della 30enne di Civita Castellana.
I parenti della vittima chiedono giustizia. E una sentenza giusta, per i loro avvocati, non può che essere di condanna. Condanna al carcere a vita, ma anche a risarcimenti stellari.
Solo l’avvocato della figlia di Marcella, Stefania Sensini, ha chiesto un milione di euro, per i danni morali e materiali, con una provvisionale di 200mila euro. Le altre parti civili si sono mantenute su cifre comprese tra i 500mila e i 600mila euro ciascuna.
Le arringhe dei legali sono andate avanti fino alle 17 di ieri pomeriggio, precedute dalla requisitoria con cui il pm Renzo Petroselli ha chiesto l’ergastolo per l’unico imputato, il 37enne napoletano Giorgio De Vito.
Proprio lui, all’inizio delle indagini, fu additato come il sicuro responsabile del delitto. E da questa tesi, pm e parti civili non si spostano di un passo. Sono i fatti a parlare per loro: il palmo della mano di De Vito stampato su una porta in casa Rizzello; la fotocamera digitale rubata a Marcella e trovata a casa della madre dell’imputato; ma soprattutto il dna di De Vito sulla scena del delitto. La “prova regina del processo”. Una firma che l’imputato lascia proprio dove il suo sangue si mischia con quello della vittima: sull’asciugamano e l’accappatoio in cui si pulisce dopo le trenta coltellate a Marcella.
Sono le 10,30 per i legali di parte civile. Non un minuto più tardi.
La sequenza di azioni ricostruita in aula è agghiacciante. Inascoltabile per la madre di Marcella, Lucia Prastaro, che si copre gli occhi con le mani, come se la vedesse. “De Vito – spiega l’avvocato Fabrizio Ballarini, che assiste il compagno della vittima – accoltella Marcella su viso, braccia, gambe. E dopo averla straziata davanti alla sua bimba, fruga in casa in cerca di preziosi da rubare, per poi tornare alla sua vita di sempre”.
Per l’avvocato Sensini, solo una “mente criminale” può farlo. La stessa mente, del resto, partorisce la macabra idea di piazzare una bottiglia tra le gambe della vittima. A mo’ di sfregio. “Nella smorfia napoletana – spiega il legale – la bottiglia d’olio mezza piena sta per un atto incompiuto. Noi riteniamo che fosse la violenza sessuale che l’imputato non è riuscito a perpetrare su Marcella e che, forse, ha determinato la sua ferocia”.
La perizia psichiatrica ha escluso vizi di mente in De Vito. Ma, come nota l’avvocato della madre della vittima, Maria Cristina Rosa, “la sanità mentale non esclude l’aggressività” e né, tantomeno, il tentativo di chiamarsi fuori dalle accuse con alibi fantasiosi. De Vito ci provato più volte. Prima tirando in ballo un inesistente fratello gemello per giustificare il dna in casa Rizzello. Poi dicendosi vittima di un complotto ordito dalla sua ex Mariola Michta, coimputata, assolta un mese fa dalla Corte d’Assise d’appello.
De Vito parla di caramelle soporifere somministrategli dalla polacca, che lo fanno addormentare davanti alla Caritas per due ore. Proprio la mattina del 3 febbraio 2010. Proprio quando Marcella veniva uccisa. “E mentre lui dormiva il sonno del giusto – ha commentato sarcasticamente il pm – qualcuno prelevava il suo sangue con una siringa e lo spargeva sulla scena del delitto. Così ci ha raccontato in aula, dando prova di una macabra fantasia”.
Due le aggravanti riconosciute da accusa e parte civile: l’omicidio a scopo di rapina e l’aver agito con crudeltà, seviziando la vittima con 28 inutili coltellate, prima delle ultime due mortali alla gola.
“Nessuna sentenza di condanna potrà restituirci Marcella – ha concluso l’avvocato Antonio Rizzello, in rappresentanza di padre e fratello della vittima -, ma nessun’altra Marcella Rizzello dovrà morire a causa di altri Giorgio De Vito. Possiamo e dobbiamo impedirlo. Ed è l’unica cosa che ci resta da fare”.
Stefania Moretti
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