– Inizia oggi il processo in Corte d’Assise d’appello per l’omicidio di Marcella Rizzello.
La vicenda della 30enne di Civita Castellana massacrata davanti alla figlia di un anno con trenta coltellate, ritorna in aula. Stavolta, davanti alla Corte d’Assise d’appello di Roma, che dovrà pronunciarsi sul ricorso della difesa dell’imputato Giorgio De Vito.
Sul 38enne napoletano, il tribunale di Viterbo si era già espresso il 13 maggio dell’anno scorso. De Vito fu condannato all’ergastolo in isolamento diurno. I giudici Maurizio Pacioni ed Eugenio Turco usarono parole pesantissime per descrivere quell’efferato omicidio del 3 febbraio 2010. “Crudeltà”. “Inaudita furia omicida”. “Evidente divario di forze”.
Marcella si vede piombare in casa il suo assassino mentre è ancora in pigiama. La lotta è impari: lui la accoltella in tutto il corpo, sferrandole i fendenti mortali alla gola. Unica testimone del delitto è la figlia. Forse avverte il dolore della madre, ma fortunatamente non lo ricorderà. E’ troppo piccola, ha solo tredici mesi.
La bambina, così come il padre, la madre, il fratello e il compagno di Marcella sono parti civile al processo. I loro avvocati hanno presentato una corposa memoria da sottoporre all’attenzione della Corte. Ma più lungo ancora è l’elenco delle richieste della difesa.
L’avvocato Enrico Valentini vuole una nuova perizia psichiatrica su De Vito. Le due cui l’imputato è già stato sottoposto si contraddicono. Quella disposta per l’omicidio Rizzello, lo dà per sano. Crudele, ma sano. L’altra, eseguita al processo per il tentato omicidio di un operaio, descrive De Vito come socialmente pericoloso e incapace di intendere e di volere quando ha preso l’operaio a sciabolate.
Di questa seconda perizia psichiatrica, Valentini chiede l’acquisizione, insieme a tutta una serie di documenti relativi all’infanzia difficile di De Vito, figlio di un incesto e violentato a undici anni dai compagni di scuola.
Davanti alla nuova Corte, l’avvocato vuole portare anche la sentenza del gup di Viterbo al processo per tentato omicidio e quella di assoluzione per Mariola Michta. L’ex fidanzata di De Vito, rea confessa e additata subito come complice, è stata completamente scagionata in appello. Una parabola processuale che ha dell’incredibile, iniziata con una condanna a diciott’anni e terminata in appello con l’assoluzione, dopo aver ritrovato un documento-chiave: un referto medico del giorno del delitto, che attestava che la polacca, quella mattina, era a Roma per una visita medica.
Valentini vuole che la donna sia ascoltata dalla Corte. E vuole anche una ulteriori accertamenti sulla bottiglia ritrovata tra le gambe di Marcella. La stessa che ha fatto scrivere ai giudici dell'”indole particolarmente malvagia dell’imputato e della sua insensibilità a qualsiasi richiamo umanitario”.
La risposta sulla valanga di richieste potrebbe arrivare già oggi.
Stefania Moretti
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