– E’ fissato al 22 aprile il processo d’appello per l’omicidio di Marcella Rizzello.
Si aprirà quel giorno il nuovo capitolo del delitto di Civita Castellana. Il 3 febbraio 2010 una donna di appena trent’anni fu ritrovata cadavere nella sua villetta, in via dei Latini, a Civita. Era Marcella Rizzello.
Il compagno la vide riversa sul pavimento della camera da letto, in un lago di sangue. L’assassino le aveva inferto trenta coltellate, sotto gli occhi della figlia di appena tredici mesi. Unica testimone della morte della madre.
Per quell’efferato omicidio, la Corte d’Assise di Viterbo ha condannato all’ergastolo Giorgio De Vito, 38enne napoletano da anni residente a Civita.
E’ suo il dna trovato dai Ris sulla scena del delitto. Gli investigatori se ne accorsero tre mesi dopo l’omicidio.
A maggio, De Vito era stato arrestato per la lite a coltellate con un operaio di Fabrica di Roma, Emiliano Liberati. La prova del dna fu schiacciante. Quello del 38enne napoletano corrispondeva perfettamente a quelle tracce di materiale biologico fino ad allora sconosciute, trovate in casa Rizzello.
Per De Vito scattarono le manette, così come per l’ex compagna Mariola Michta, condannata in primo grado in un processo a parte e poi assolta.
La sentenza per De Vito è arrivata il 9 maggio 2012. Il suo avvocato Enrico Valentini non ha dubitato neppure per un attimo di ricorrere in appello. Per la difesa, infatti, restano ancora molti punti oscuri da chiarire. Le altre tracce biologiche trovate in casa Rizzello per esempio. Alcune non appartengono né a De Vito, né alla vittima. E allora di chi sono? E’ possibile che, insieme a De Vito ci fosse qualcun altro, sulla scena del delitto?
Anche le impronte di scarpe non rilevate e non analizzate, per la difesa, portano a pensare che il 38enne non fosse solo. A Valentini, quindi, resta il legittimo dubbio che possa essere stato “l’altro” a uccidere e che De Vito fosse poco più che uno spettatore.
C’è, poi, la perizia psichiatrica che lo dava per lucido al momento dei fatti e che Valentini contesta, confrontandola con l’altra perizia del processo per il tentato omicidio dell’operaio. In quel caso, il 38enne napoletano veniva giudicato come un soggetto socialmente pericoloso, non perfettamente capace di intendere e di volere quando prese a sciabolate Liberati.
Ai giudici della Corte d’appello, la difesa fa una serie di richieste. Una nuova perizia psichiatrica, ma anche l’acquisizione delle sentenze di assoluzione di Michta e di condanna di De Vito al processo per tentato omicidio, insieme a documenti riguardanti il suo esonero dal servizio militare e il presunto abuso sessuale subito a 11 anni, da parte dei compagni di scuola. Chiesta, infine, anche una perizia sul dito medio di De Vito per verificare la paternità dell’impronta sulla bottiglia trovata tra le gambe della vittima.
Nel caso in cui la Corte accolga le richieste della difesa e disponga gli accertamenti, i tempi del processo si allungheranno. Altrimenti, l’istruttoria si limiterà alla discussione di procura, parte civile e difesa. La nuova sentenza potrebbe arrivare in appena un paio di udienze.
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