Civita Castellana – Nessun ricorso dell’accusa contro Giorgio De Vito.
La procura generale presso la Corte d’Assise d’appello di Roma ha rinunciato a impugnare la sentenza per il 38enne napoletano, presunto assassino di Marcella Rizzello.
La donna fu uccisa il 3 febbraio 2010 nella sua casa a Civita Castellana; l’omicida le sferrò ventotto coltellate in tutto il corpo, più le ultime due mortali alla gola. Il compagno la trovò in un lago di sangue in camera da letto. Alla scena, aveva assistito la figlioletta di 13 mesi.
Condannato in primo grado all’ergastolo, la pena per De Vito si è ridotta sensibilmente in appello a 17 anni di reclusione.
Una sentenza che aveva fatto a dir poco inorridire i familiari della vittima, padre, madre, fratello, figlia e compagno, tutti costituiti parte civile. Speravano nella Cassazione. Ma non ci sarà nessun ricorso. Non da parte della procura generale.
Il termine massimo dal deposito delle motivazioni è trascorso senza che il procuratore generale Otello Lupacchini scrivesse una sola riga contro la revisione della sentenza di primo grado. Eppure, la sua requisitoria al processo d’appello si era conclusa proprio con la richiesta di conferma della prima sentenza: carcere a vita, isolamento diurno per un anno e risarcimento milionario ai familiari.
Un’inerzia inaspettata, che ha deluso le parti civil. “Evidentemente, il procuratore è tornato sulle sue posizioni – afferma l’avvocato Fabrizio Ballarini, che assiste il compagno di Marcella Rizzello -. In requisitoria aveva sostenuto tenacemente la conferma dell’ergastolo. Si sarà convinto che la sentenza d’appello è quella giusta. Anche perché altrimenti, dovremmo pensare che l’omicidio di Civita Castellana non era un caso importante o mediatico al punto da essere portato avanti fino in Cassazione”.
Solo la difesa di De Vito ha fatto ricorso in tempo utile: 112 pagine per convincere la Suprema Corte ad annullare la decisione dei giudici romani. Annullarla in tronco. Senza rinvio e, quindi, senza un ulteriore passaggio davanti a una nuova sezione della Corte d’assise d’appello.
L’avvocato Enrico Valentini, per De Vito, chiede che sia ascoltata Mariola Henrycka Michta, la polacca ex compagna dell’imputato che rivelò di essere stata sulla scena del delitto con De Vito. Condannata in primo grado a undici anni, è stata assolta in appello per un certificato medico che l’ha scagionata: il 3 febbraio 2010, in un orario compatibile con quello del delitto, Mariola Michta era in ospedale a Roma. Chiamata in aula a testimoniare, si è avvalsa della facoltà di non rispondere. Ma Valentini insiste per ascoltarla. Nel ricorso, l’avvocato parla anche delle tracce non attribuibili a De Vito trovate in casa della vittima, che suggerirebbero la presenza di un “terzo uomo”. Tracce biologiche nella villetta, ma anche “sotto le unghie della vittima, nel suo ultimo tentativo di difesa” e sulla bottiglia messa come sfregio tra le sue gambe.
La difesa attacca la perizia psichiatrica eseguita durante il processo di primo grado e contesta la mancata attuazione di una nuova perizia. Torna a parlare del cane della vittima, un pastore tedesco femmina, “totalmente inerte di fronte all’efferato omicidio della padrona”.
Se la Cassazione annullasse la sentenza d’appello, De Vito tornerebbe libero dopo la scadenza dei termini di custodia. In caso di conferma, sconterebbe tutti i diciassette anni, più le eventuali pene collezionate in altri processi.
Ma se anche la Suprema Corte rimandasse gli atti ai giudici d’appello, la pena massima per De Vito resterebbe 17 anni.
L’unico indiziato per l’omicidio, condannato in primo e secondo grado, in pratica, non rischia più l’ergastolo.
Stefania Moretti
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