![]() La vittima Marcella Rizzello |
![]() Mariola Michta |
![]() Angelo Greco |
![]() Francesco Vincenzi, il compagno di Marcella Rizzello |
![]() Lucia Prastaro, madre di Marcella |
![]() Pasquale Rizzello, il padre di Marcella |
![]() Marco Romagnoli, il cognato di Marcella Rizzello |
– (s.m.) “Ho accompagnato due volte la Michta a Roma. Parecchio tempo dopo che mi hanno detto che Marcella era morta”.
Così Angelo Greco, chiamato a deporre in aula al processo per l’omicidio Rizzello (fotocronaca).
Una testimonianza decisamente fuori dal coro. Diversa da tutte quelle che l’hanno preceduta e seguita. Merito sicuramente del personaggio: Greco, sguardo vitreo e perso, ai domiciliari per estorsione, aggressione e sequestro di persona, è in cura al Cim. Fuma abitualmente hascisc e frequenta spesso la Caritas.
A Civita Castellana tutti lo conoscono come un tipo strano, “un po’ fulminato”, come dirà Francesco Vincenzi, il compagno di Marcella, nella sua deposizione. Con la Michta aveva rapporti sessuali occasionali. Non sa dire quando l’ha conosciuta. Ha ricordi confusi, fumosi. Ci vogliono tre quarti d’ora abbondanti per fargli fare mente locale su quando potrebbe averla accompagnata a Roma. Due volte, dice lui. Sempre in un ospedale ortopedico alla Garbatella. Presumibilmente il Cto. Lo stesso in cui la Michta si sarebbe recata proprio il giorno dell’omicidio per una radiografia alla mano, com’è scritto nella documentazione sanitaria richiesta dallo studio legale Ballarini, l’avvocato di parte civile di Vincenzi.
Su questo punto la Michta non è stata d’aiuto: si è avvalsa della facoltà di non rispondere. Greco esclude che la visita in ospedale fosse proprio il 3 febbraio 2010, quando Marcella fu uccisa a coltellate in casa davanti alla sua bambina di 14 mesi.
Quella drammatica giornata è stata ricostruita, in aula, dai familiari della donna. Padre, madre, cognati. Ma soprattutto Francesco Vincenzi, il compagno di Marcella, il primo a trovarla senza vita sul pavimento della loro camera da letto.
“C’era sangue dappertutto – ha raccontato Vincenzi, rosso in viso e tremante -. Marcella ne era piena. Quando l’ho vista, la stanza era semibuia. Ho aperto la finestra e gridato aiuto. Lei era stesa con i pantaloni abbassati e una bottiglia tra le gambe. Non so perché, ma mi è venuto istintivo toglierla e lavarla. Forse per pudore…”.
Tante le domande. Soprattutto sulla macchina fotografica della vittima, trovata a casa della madre di De Vito, e su Stella, il cane di Marcella. Una femmina di pastore tedesco descritta da tutti come estremamente aggressiva e protettiva. Era in giardino, la mattina del 3 febbraio, quando Vincenzi uscì di casa per andare a Viterbo. Rincasando all’una, trovò Stella dentro la villetta. Nessuno, tra i vicini, l’ha sentita abbaiare. Per i carabinieri, il cane scappò dal cancello quando l’omicida entrò in casa. E Vincenzi conferma: “Se fosse stata a casa mentre l’assassino era dentro, di lui non sarebbe rimasto niente. Lo avrebbe sbranato. Non era cattiva, ma se avesse visto qualcuno fare del male a Marcella o alla bambina avrebbe potuto diventarlo”.
Vincenzi ha risposto per circa un’ora e mezza alle domande di accusa e difesa, per poi tornare dal suo avvocato visibilmente scosso e con gli occhi lucidi.
La seduta è aggiornata al 21 ottobre per l’ascolto degli ultimi due testimoni dell’accusa, il maggiore Saravo e la madre adottiva di De Vito, i periti che hanno eseguito l’autopsia sul corpo di Marcella, il perito della Corte e i consulenti di parte per gli accertamenti psichiatrici.
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