(s.m.) – Giorgio De Vito va assolto per insufficienza di prove. O quantomeno, per la sua assente o allentata capacità di intendere e di volere al momento del fatto.
Ne è convinto il suo avvocato Enrico Valentini, che ha depositato il ricorso in appello contro la sentenza di primo grado per l’omicidio di Marcella Rizzello.
101 pagine in cui il legale riepiloga i fatti, le indagini e il processo scaturiti da quel 3 febbraio 2010, quando la 30enne di Civita Castellana fu trovata morta nella sua villetta. Uccisa con trenta coltellate davanti alla figlia di 13 mesi.
Per quel brutale delitto, la Corte d’Assise di Viterbo ha condannato all’ergastolo il principale indiziato Giorgio De Vito, 37enne napoletano residente da anni a Civita. Ma per la difesa c’è più di un punto oscuro.
Per esempio, le tracce biologiche trovate in casa Rizzello.
Alcune non appartengono a quello che, per i giudici, è l’assassino. E allora a chi? Forse c’era qualcun altro con lui? Anche l’impronta sulla bottiglia trovata tra le gambe della vittima, per l’avvocato, sembra portare in questa direzione. La traccia, si legge sul documento che impugna la sentenza “non appartiene né a Vincenzi (compagno della vittima ndr), che afferma di averla spostata dal luogo dove è stata ritrovata, né a De Vito e pertanto potrebbe appartenere ad altro personaggio, allo stato ignoto”.
Altre impronte, come le pedate sul pavimento della camera da letto, “non sono state rilevate”. La sentenza, per il legale, “manca totalmente di una ricostruzione, seppur approssimativa, dell’evolversi dei fatti”. Com’è possibile, scrive l’avvocato, che De Vito non sia stato notato da nessuno dopo l’omicidio? Era a piedi, sporco di sangue e sanguinante a sua volta, ma “nessuno lo ha visto”. E poi Stella, il cane della vittima. “Il punto più criticabile della sentenza”, per Valentini. Un pastore tedesco aggressivo che, però, ha permesso all’omicida di entrare senza né abbaiare, né reagire.
Per la difesa, l’omicidio Rizzello è “compatibile con l’azione di più persone”. La stessa Mariola Michta, ex di De Vito, condannata e poi assolta, aveva inizialmente ammesso di essere stata sulla scena del delitto. Ora Valentini chiede ai giudici di ascoltarla. Anche per chiarire il particolare della macchina fotografica della vittima, trovata in casa di De Vito e che lui dice di aver ricevuto da Michta.
Ultimo e decisivo nodo da sciogliere, la capacità di intendere e di volere. La perizia dell’omicidio Rizzello sostiene che De Vito fosse lucido al momento dei fatti. Tutt’altro che malato di mente. Ma c’è un altro accertamento da valutare: quello svolto nell’ambito dell’altro processo a carico del 37enne, per il tentato omicidio di un operaio. In quel caso, il pool di psicologi che eseguì la perizia lo giudicò socialmente pericoloso e non perfettamente capace di intendere e di volere quando prese a sciabolate l’operaio. Valentini chiede l’acquisizione di quegli accertamenti e una nuova perizia psichiatrica.
La difesa chiede anche l’acquisizione delle sentenze di assoluzione di Michta e di condanna di De Vito al processo per tentato omicidio, insieme a una serie di documenti riguardanti il suo esonero dal servizio militare e il presunto abuso sessuale subito a 11 anni, da parte dei compagni di scuola. Chiesta, infine, una perizia sul dito medio di De Vito per verificare la paternità dell’impronta sulla bottiglia.
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