– Prima condannata a diciott’anni per concorso in omicidio e rapina. Poi assolta per non aver commesso il fatto.
Il processo d’appello a Mariola Henrycka Michta ha ribaltato la sentenza di primo grado. Per la 34enne polacca, fino a ieri accusata di aver ucciso Marcella Rizzello, le porte del carcere di Civitavecchia si sono riaperte ieri, dopo una permanenza durata quasi due anni.
E’ il 3 febbraio 2010 quando Marcella Rizzello, 30enne di Civita Castellana, viene assassinata in casa con trenta coltellate, sotto gli occhi della sua bimba di poco più di un anno.
In tre mesi gli inquirenti stringono il cerchio. I presunti responsabili sono Giorgio De Vito e Mariola Henrycka Michta, amanti all’epoca del delitto, ma dall’arresto in poi le loro strade si dividono.
Lui nega sin da subito di essere entrato in casa Rizzello, nonostante il suo dna lo inchiodi alla scena del delitto. Michta non si sforza neppure di chiamarsi fuori dalle accuse. Lei nella villetta racconta di esserci stata e descrive l’accaduto con dovizia di particolari: si dice costretta da De Vito a entrare in casa, lo indica come l’autore del delitto, dice di aver preso in braccio la bimba di Marcella che piangeva disperata e di aver cercato di proteggerla, per evitare che De Vito la colpisse.
Una confessione alla quale si arrende anche il suo avvocato Roberto Fava, che non poteva immaginare che Michta avesse un alibi. Chiunque, al suo posto, lo avrebbe usato per evitare una sicura condanna. Ma lei no.
L’11 aprile 2011 il gup del tribunale di Viterbo Francesco Rigato la condanna a diciott’anni di reclusione con rito abbreviato. Ma Michta non sembra capire. E all’annuncio della sentenza ringrazia, felice, il suo avvocato, che non l’aveva fatta sottoporre a perizia psichiatrica solo perché il pm minacciava di opporsi al giudizio abbreviato. Nessun esperto, quindi, l’ha mai giudicata inattendibile.
L’alibi di Michta resta sepolto fino all’ottobre scorso, quando i legali del processo De Vito trovano documenti che scottano: una cartella clinica del Cto attesta che il giorno dell’omicidio Michta era in ospedale a Roma per una radiografia alla mano. L’avvocato Fava cade dalle nuvole.
Le lastre sono due, stampate alle 12,41 e alle 12,43. Pochi minuti prima, intorno alle 12,15, Michta si sottopone a un controllo, come specificato all’udienza di ieri in Corte d’Assise d’appello dal medico che l’avrebbe visitata.
Durante il tragitto a Roma, il suo telefono aggancia la cella di Roma Giustiniana, incompatibile con il percorso in treno sulla Roma-Civita Castellana-Viterbo, che Michta dice di aver fatto. Per i giudici, il mezzo di trasporto non conta. Potrebbe essere andata persino in moto. Fatto sta che alle 12,15 era a Roma. E, per arrivarci doveva essere partita almeno un’ora e mezza prima. Marcella, secondo il perito che ha svolto l’autopsia, muore alle 13, quando Michta è già in ospedale.
Che ne è, allora, della sua confessione iniziale? Perché autoaccusarsi di un delitto, pur avendo in tasca un alibi?
Per i legali di parte civile, l’unica spiegazione è che Michta abbia fatto entrambe le cose: prima il delitto, poi la visita.
Ipotesi plausibile solo se si sposta l’omicidio di Marcella alle prime ore del mattino, massimo alle 10,15. Il perito lo esclude, ma la parte civile obietta che “non aveva neppure il termometro per misurare la temperatura del cadavere, quando ha eseguito l’autopsia su Marcella”.
L’innocenza di Michta, insomma, è una questione di tempi, e ruota tutta intorno al nodo cruciale dell’orario del delitto. Ma se quell’orario non fosse vero?
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