– Un tentativo di violenza sessuale.
Un rapporto consenziente.
Uno scatto d’ira dovuto agli stupefacenti, conclusosi, poi, con le trenta coltellate a Marcella Rizzello.
Sarebbero queste le ipotesi del maggiore del Rac (Reparto analisi criminologiche) Barbara Vitale sulla dinamica dell’omicidio della 30enne di Civita Castellana.
L’ultima udienza del processo in corso al tribunale di Viterbo, a carico del 35enne napoletano Giorgio De Vito, ha visto come protagonista la psicologa del Rac. La Vitale è entrata in azione nella primissima fase delle indagini, quando ancora non erano stati arrestati né De Vito, né la compagna Mariola Michta con le accuse di omicidio e rapina.
Chiamata a ricostruire quel che accadde in casa Rizzello il giorno del delitto, il 3 febbraio 2010, il maggiore ha individuato tre ipotesi. La prima è quella di un rapporto sessuale consenziente e finito in tragedia. La seconda, un rifiuto di Marcella alle avances dell’assassino, poi vendicatosi. E, infine, una reazione incontrollata dell’omicida, scatenata dall’abuso di droga.
“L’autore del delitto – ha spiegato il maggiore – potrebbe essere una persona conosciuta dalla vittima, che la stessa ha fatto entrare volontariamente, tranquillizzando il cane. I due avrebbero iniziato ad avere un rapporto sessuale con il consenso della vittima, che è poi degenerato in un’azione violenta”.
O ancora, “potrebbe trattarsi di un soggetto sconosciuto alla vittima, scatenato da futili motivi o dal rifiuto da parte della vittima di assoggettarsi al suo controllo”.
Oppure, infine, “un soggetto conosciuto alla vittima ma non appartenente alla cerchia delle frequentazioni abituali, che ha agito sotto l’effetto di cocaina, che può provocare un’alterazione dello stato di coscienza e scatenare azioni improvvise e impulsive”.
Sono ipotesi “in astratto”, precisa il maggiore, fatte sulla base dei primissimi atti di indagine. Quando l’omicida non aveva ancora un volto. Né era ancora pronta la relazione del medico legale, che non ha trovato traccia di un qualsiasi tipo di rapporto sessuale, consenziente o “estorto”. Ipotesi astratte che hanno fatto comunque tremare i polsi ai familiari di Marcella Rizzello, presenti in aula come al solito. Il compagno della donna, Francesco Vincenzi, ha seguito la testimonianza del maggiore mangiandosi le unghie e muovendo nervosamente le gambe.
Sette i carabinieri sentiti, stamattina, dalla Corte d’Assise di Viterbo. Tutti citati dall’avvocato di De Vito, Enrico Valentini.
Testimonianze lampo, durate quasi tutte pochi minuti. Il tempo di spiegare il tipo di rilievi eseguiti nella villetta dai singoli militari.
La maggior parte di loro hanno repertato le tracce di sangue sulla scena del delitto. Tracce che, come riferito dal capitano del Ris Giuseppe Iacovacci, non sono state analizzate tutte in laboratorio. “E’ la prassi – ha spiegato il capitano -. Non viene fatta una campionatura dell’intero materiale biologico sulla scena del delitto. Vengono repertate le tracce più significative, sequestrando i locali, in modo che, se servissero altri campioni, possono essere prelevati in un secondo momento. Non funziona come in Csi. Non possiamo far analizzare milioni di tracce. Intralcerebbe il lavoro del laboratorio”.
Un aspetto, quello della parziale campionatura delle tracce, sul quale ha insistito la difesa. Per insinuare, forse, il dubbio che alcune delle chiazze di sangue potessero appartenere a una terza persona. Qualcuno che non fosse Giorgio De Vito.
La prossima udienza cadrà proprio il 3 febbraio, giorno del secondo anniversario della morte di Marcella. Saranno sentite 15 persone, per poi proseguire il giorno successivo con altri 15 testi della difesa. Gli ultimi. Dopodiché, chiusa l’istruttoria, inizierà la fase della discussione, con la requisitoria del pm Renzo Petroselli e le arringhe di difesa e parte civile.
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