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Omicidio Rizzello - Al via il processo d'appello - Dichiarazioni poco lucide dell'imputata davanti ai giudici

La Michta parla in aula

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Mariola Michta

Mariola Michta

L'avvocato Roberto Fava

L'avvocato Roberto Fava

L'imputato Giorgio De Vito

L'imputato Giorgio De Vito

Le parti civili al completo

Le parti civili al completo

Marcella Rizzello

Omicidio Rizzello, parla la Michta.

I giudici hanno ritenuto la sua testimonianza essenziale. E così, Mariola Henrycka Michta ha detto la sua, questa mattina, alla prima udienza del processo in Corte d’Assise d’appello a Roma.

La donna polacca, condannata a diciott’anni per l’omicidio di Marcella Rizzello, ha ribadito alcuni concetti già espressi ai primi interrogatori davanti al pm Renzo Petroselli. Innanzitutto la paura di Giorgio De Vito, suo ex compagno, arrestato insieme a lei a maggio 2010 – tre mesi dopo il delitto – e tuttora in attesa di giudizio con l’accusa di aver ucciso la Rizzello in casa con trenta coltellate.

Già il giorno dopo l’arresto, la Michta si era detta terrorizzata da De Vito. Ma, se a quei tempi, ammetteva di essere entrata in casa Rizzello perché minacciata dal suo uomo, oggi ha ritrattato. E ai giudici della Corte d’Assise d’appello ha detto di non conoscere la vittima e di essere andata a Roma il giorno del delitto. Coerentemente con quanto scritto nel certificato di pronto soccorso che attesta che la Michta doveva eseguire una radiografia alla mano al Cto il 3 febbraio 2010, quando Marcella veniva uccisa.

Un alibi perfetto, che la donna ha inspiegabilmente deciso di non usare al processo di primo grado e che oggi sfodera, dopo il ritrovamento di quel certificato. Ma su taluni orari e circostanze la Michta continua a fare confusione.

La radiografia alla mano era fissata alle 12,40. Lei ha detto di essere arrivata a Roma alle 13. Ritardo che dai documenti non risulta.

Impossibile che abbia preso la metropolitana a Saxa Rubra, come da lei spiegato ai giudici: nessuna linea della metro di Roma passa per quella stazione.

Del tutto farneticante, infine, la sua risposta su come e quando ha saputo del delitto. “Dai giornali, un giorno prima che accadesse”, ha dichiarato, tra il disappunto di avvocati e giurati.

La Corte ha accolto la richiesta del suo avvocato Roberto Fava di ammettere tra le prove i tabulati telefonici, il certificato del pronto soccorso e la trascrizione della testimonianza di Angelo Greco, l’uomo che, almeno due volte, avrebbe accompagnato la Michta a Roma.

I giudici si sono riservati sulle richieste dei legali di parte civile, di far eseguire nuovi accertamenti sulle celle telefoniche e una perizia per verificare l’orario della morte di Marcella. Accolte, invece, quelle riguardanti le prove testimoniali: la Corte ha acquisito la deposizione del panettiere, del postino e e di una vicina di casa della vittima, tutti ascoltati al processo De Vito.

Il primo sarebbe passato sotto casa Rizzello la mattina del delitto. Il secondo ha dichiarato di aver visto un uomo e una donna che non conosceva nei pressi della villetta. La terza era invece rimasta colpita dall’assenza del cane di Marcella che quel giorno, stranamente, non vide in giardino.

La seduta è aggiornata al 29 marzo, per l’ascolto di due carabinieri.

A quel punto, saranno sciolte le riserve sulle richieste della parte civile, per poi procedere con discussione e sentenza.


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8 marzo, 2012

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