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Omicidio Rizzello - Seconda udienza del processo in Corte d'Assise d'Appello alla 34enne polacca

E’ scontro sulla visita medica di Michta

di Stefania Moretti
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Marcella Rizzello

Mariola Michta

Mariola Michta

L'imputato Giorgio De Vito

Giorgio De Vito

L'avvocato Roberto Fava

L'avvocato Roberto Fava

Le parti civili al completo

Le parti civili al completo

Omicidio Rizzello, è scontro sulla visita medica di Michta.

Seconda udienza in Corte d’Assise d’Appello, a Roma, per il processo a Mariola Henrycka Michta, la polacca accusata dell’omicidio della 30enne di Civita Castellana Marcella Rizzello.

Sul banco dei testimoni, ieri mattina, due carabinieri che indagato sul delitto della giovane donna, uccisa in casa con trenta coltellate il 3 febbraio 2010, davanti alla figlia di 13 mesi.

Due i principali indiziati: Michta e l’allora suo compagno, il 35enne napoletano Giorgio De Vito.

Lui è in attesa di giudizio. Lei sta affrontando il processo d’appello dopo una condanna in primo grado a diciott’anni, emessa quando non si sapeva ancora che, proprio il giorno dell’omicidio, Michta sarebbe andata in ospedale per una radiografia alla mano.

A tenere banco, in aula, la questione della visita medica cui la polacca avrebbe dovuto sottoporsi proprio quel giorno, al Cto di Roma. Il punto è se abbia fatto prima la visita e poi le radiografie, come sostiene la difesa (rappresentata dall’avvocato Roberto Fava), o viceversa, come ritengono, invece, i legali di parte civile (gli avvocati Stefania Sensini per la figlia di Marcella, Fabrizio Ballarini per il compagno, Maria Cristina Rosa per la madre e Antonio Rizzello per il padre e il fratello).

La differenza è sostanziale. Se Michta sapeva di dover essere visitata prima delle radiografie (eseguite alle 12,41 e alle 12,44), è probabile che sia partita con più largo anticipo da Civita Castellana, a un orario che potrebbe avvicinarsi, se non addirittura anticipare, quello dell’omicidio (11-11,30). Ciò regalerebbe a Michta un alibi di ferro. Ma la parte civile ha grossi dubbi.

Primo: perché un referto dell’ospedale lascerebbe a intendere che la visita è stata fatta dopo le lastre. Secondo: il cellulare di Michta, durante il tragitto, aggancia la cella di Roma Giustiniana, incompatibile, secondo quanto detto dai carabinieri, con il percorso che la donna dice di aver fatto, in treno, sulla Roma-Civita Castellana-Viterbo. Terzo: Michta, ascoltata anche all’udienza di ieri mattina, sosterrebbe di aver preso il treno delle 9,30 da Civita Castellana che, però, non esiste.

Certo è che la tempistica dell’omicidio resta cruciale. E più si anticipa l’ora del delitto, più diventa possibile che Michta possa aver fatto entrambe le cose: partecipare all’assassinio e poi andare a Roma.

Al processo al presunto esecutore materiale del delitto, Giorgio De Vito, il perito che eseguì l’autopsia, Mario Gabrielli, disse che l’omicidio poteva essere avvenuto in un lasso di tempo compreso tra le 11-11,30 e le 13. Un dato talmente importante ai fini della decisione che i giudici hanno deciso di acquisire la sua deposizione.

La prossima udienza è fissata a martedì 3 aprile, per l’ascolto dell’ultimo teste: il medico che ha visitato la Michta e che potrà sciogliere il dubbio sulla visita, fatta prima o dopo le radiografie. Dopodiché, via libera alla discussione.

Stefania Moretti

 

 

 


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30 marzo, 2012

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