Civita Castellana – Non è finita. Almeno, non ancora.
Il caso di Marcella Rizzello, la trentenne di Civita Castellana massacrata a coltellate sotto gli occhi della figlia, tornerà in aula, davanti alla Corte di Cassazione.
La procura generale presso la Corte d’Assise d’appello non ha impugnato la sentenza dei giudici di secondo grado, che hanno ridotto dall’ergastolo a 17 anni la condanna per l’imputato Giorgio De Vito. Né potevano farlo le parti civili – padre, madre, fratello, compagno e figlia di Marcella -, cui è permesso di fare ricorso solo sui risarcimenti ai parenti.
Ma la difesa ha rilanciato. Per l’avvocato Enrico Valentini, che assiste il 39enne napoletano condannato due volte, la sentenza d’appello, pur con il suo forte sconto, è “ingiusta, viziata e illegittima”. Ed è in base al suo ricorso che, il prossimo 27 gennaio, il caso si riaprirà davanti alla Cassazione.
Ai giudici della Suprema Corte, la difesa di De Vito presenta l’intera serie di supposte anomalie della sentenza di secondo grado.
Dagli aspetti più tecnici, come la qualificazione delle aggravanti e del reato di rapina, fino al cuore della scena del delitto e alle tracce ritrovate. Non solo dna della vittima, uccisa il 3 febbraio 2010 nella sua camera da letto. Non solo la firma genetica di De Vito. Nella villetta divenuta teatro dell’omicidio, c’erano anche “tracce riferibili a terzi“, fa notare la difesa, “in corrispondenza delle unghie della vittima, in un estremo tentativo di difesa da parte della Rizzello”. “La sentenza impugnata – continua il ricorso di Valentini – ne escludeva falsamente l’esistenza”, così come per le tracce di dna misto, parte della vittima e parte di provenienza ignota.
Questo, secondo la difesa, getterebbe ombre sulla ricostruzione classica del delitto: De Vito non più solo a uccidere Marcella, sotto gli occhi della figlia di 13 mesi, ma in casa con altre persone, mai identificate. “Ciò – fa notare Valentini – risultava rilevante in relazione alla possibile esclusione della responsabilità del De Vito, che poteva essere stato un mero connivente, o addirittura in via del tutto ipotetica essersi opposto al delitto, riportando – peraltro – delle ferite”.
Ma la difesa del 39enne napoletano insiste ancora di più sul mancato ascolto in aula di Mariola Henrycka Michta. Vera sorpresa del delitto Rizzello. Prima rea confessa e condannata a diciott’anni per aver ammesso di essere entrata in casa Rizzello con De Vito. Poi assolta in appello, perché il 3 febbraio 2010 risultava essere a Roma in ospedale. Emerse tutto da certificati medici. Michta fu la prima a nascondere il suo alibi di ferro. E al processo De Vito, si avvalse della facoltà di non rispondere.
Non spiegò mai perché era arrivata ad autoaccusarsi, puntando il dito contro quello che, fino a pochi mesi prima dell’omicidio, era stato il suo convivente. La difesa di De Vito ipotizza un timore della donna. Magari nei confronti di persone che potrebbero aver avuto a che fare con la morte di Marcella e che la 33enne polacca voleva o doveva proteggere.
L’avvocato Valentini torna, poi, a insistere sulla perizia psichiatrica del processo di primo grado, che escludeva patologie nell’imputato. Perizia “stridente” con quella eseguita in un altro procedimento. Se per il professor Maurizio Marasco, l’imputato era sano e capace di intendere e di volere, per il pool di psicologi chiamati a visitarlo in un processo per tentato omicidio, il 39enne soffrirebbe di un disturbo di personalità. Ma in appello la perizia non è stata ripetuta.
E comunque a De Vito è stato applicato il massimo della pena, anche se per i giudici il delitto è stato d’impeto. Non premeditato. “La volontarietà, pur sussistente, è labile: più simile a una reazione istintiva che a una vera e propria decisione”.
112 pagine per chiedere l’annullamento della sentenza e, quindi, l’assoluzione di De Vito. O al massimo, la riapertura del processo davanti a una nuova sezione della Corte d’Assise d’appello di Roma. Male che gli vada, in caso di conferma della vecchia sentenza, De Vito si vedrebbe condannato al massimo a quei 17 anni che la procura generale non ha voluto impugnare.
Stefania Moretti
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